“La coda di Tritone” e il patto della mareggiata

L’avvolgente silenzio da esodo natalizio risaliva, come nebbia, su per i viottoli di Cibellino.

Quasi tutti i residenti, infatti, avevano abbandonato quello sperduto borgo marinaro, proprio nel fine settimana, a causa della mareggiata imminente.

Maura aspettava in macchina nel parcheggio dell’hotel “La coda di Tritone”, così come Omar le aveva detto di fare, ma il suo unico desiderio era lasciare quel posto il prima possibile.

«Come diavolo ti è venuto in mente … come?», diceva, sbuffando, la ragazza.

Le sue mani stringevano con forza il volante, mentre il buio si faceva sempre più denso intorno all’abitacolo.

Una lama di luce sembrò allora, tagliare in due quel crescente grumo di oscurità, all’improvviso e senza dare alla ragazza il tempo di rallegrarsi.

Gli abbaglianti di una macchina stavano infatti puntando, dritti verso di lei e non accennavano a fermarsi.

Maura decise, quindi, di chiudere gli occhi senza porsi più alcuna domanda.

«Maura? Maura? Tutto bene?».

Il dr. Omar Ardenghi, era appena arrivato e stava lì, fuori dall’auto, in preda all’agitazione, nella luce dei suoi stessi fari, il cui biancore indistinto, in realtà, stava nascondendo quell’appuntamento a chiunque.

«Signorina del quinto piano! Ora, che ne diresti di scendere?».

«Tu sei matto, Omar Ardenghi, totalmente!», rispose Maura, sollevando le palpebre.

«Quante storie per un po’ di alta marea!».

«Ah sì … mi stai dicendo, quindi, che un intero paese sarebbe stato evacuato per via dell’alta marea?».

Il ragazzo non disse più nulla, ma con galanteria misurata lasciò parlare, questa volta i suoi gesti. Tese, perciò, il braccio, accompagnando il movimento con un inchino e abbassò il capo verso Maura, ancora seduta con la cintura allacciata.

«Non lo so, neppure io perché mi sto fidando di te!», disse la giovane, slacciando la cintura e porgendogli la mano per farsi aiutare a scendere dall’auto.

Il buio, che poco prima la aveva così terrorizzata, però, non contò più nulla, in quel momento. Protetta dalla nube di luce dei fari della macchina di Omar e dalle sue braccia che la stavano sorreggendo, Maura si sentì improvvisamente a suo agio, come non le capitava da anni.

«Prego Signorina …», riprese il dr. Ardenghi, indicandole con il braccio sinistro un luogo imprecisato, esterno a quella bolla di luce artificiale in cui si trovavano. «Andiamo in albergo, adesso. Tornerò indietro, io, a parcheggiare, non preoccuparti!».

Presero, quindi, a camminare sottobraccio, in mezzo alle ombre dondolanti, che una lampada a sospensione metteva in moto appena sopra di loro.

Era difficile da credere che una strada così trascurata, nella sua illuminazione del dopoguerra, avrebbe potuto trasformarsi, da lì a qualche mese, in un gioiello della movida estiva.

«Omar Ardenghi dovevi per forza portarmi qui, adesso? Non sarebbe stato meglio passeggiare da queste parti nel mese di agosto?».

«In cosa saremmo stati unici, allora? Avremmo potuto considerarci diversi, rispetto alla massa indistinta di bagnanti? Che ne dice Signorina Cleso?».

Maura si sentì arrossire, mentre, stringendosi al braccio di Omar lo osservava, intento a scrutare l’asfalto in cerca di buche, di certo insidiose per i tacchi della sua dama.

«Be’ …», rispose la ragazza «… diciamo che una chiave di lettura del genere non l’avevo messa in conto …».

«Ci siamo finalmente …», disse Omar, cambiando argomento. I suoi occhi lasciavano ora trasparire l’entusiasmo di chi sta per consegnare un regalo decisivo alla persona a cui pensa ininterrottamente da mesi.

“La coda di Tritone” emergeva dalla luce maldestra con la sua squadrata superficie di piastrelle tenné e solidago anni ’70. All’ingresso, movimentato da un gruppo di alti scalini in ceramica color mandarino, si mostravano, qua e là sulle pareti, feticci delle passate gesta marinare del borgo.

«Pare che l’intero edificio sia stato ricavato dalla scogliera qui di fronte …», disse Omar, aprendo la porta e cedendo con eleganza il passo a Maura.

La ragazza, superata ormai la diffidenza iniziale, sembrava, adesso, a suo agio di fronte a quel corteggiamento all’antica.

Nella hall il silenzio che aveva accompagnato la loro passeggiata notturna, continuava a farsi sentire, con intensità a tratti crescente, sui divanetti vuoti e sui tappeti indistinti dell’atrio deserto.

Dietro il bancone, l’addetto alla reception spiccava sullo sfondo mogano, mettendosi bene in mostra grazie al completo nero che portava indosso e alle occhiaie in tinta con l’abito.

Il suo sguardo inespressivo aveva tutta l’aria di venire da innumerevoli notti in bianco ed i suoi muscoli facciali sembravano quasi quelli di un pesce, del tutto incapaci, dunque, di tenere testa ai convenevoli di una coppia alla loro prima uscita.

«Buonasera, sono il dr. Ardenghi … per la matrimoniale …».

«Buonasera, solo un attimo … do un’occhiata …».

Approfittando della vista occupata del receptionist, Omar cercò gli occhi di Maura per testare il loro livello di complicità.

Si accorse, allora, che la ragazza lo stava, già osservando, e comprese che anche la piega giocosa delle sue labbra era tutta per lui.

«Prego dottor Ardenghi … le chiavi della camera …».

«La ringrazio molto …», disse Omar al ragazzo, porgendo a sua volta le chiavi a Maura, dopo averle tenute per un istante tra le mani: «Senta, una cortesia …», aggiunse, quindi, senza mai distogliere lo sguardo dalla ragazza: «Potrebbe accompagnare su la signorina? Io … ritorno tra un momento!».

«Certamente dottore … prego signorina … le faccio strada …».

Omar e Maura, dunque, si separarono e non appena il giovane con le occhiaie ebbe imboccato il corridoio che portava agli ascensori, anche il loro contatto visivo si interruppe.

Maura sentì, tuttavia, ancora su di sé, lo sguardo vigile di Omar, come se lui fosse in grado di vederla perfino lì.

«Terzo piano … siamo arrivati!» disse il receptionist qualche secondo dopo, ridestando l’ospite dalle sue fantasticherie ad occhi aperti.

«Prego signorina!», continuò: «La quarta porta sulla sinistra! Per qualsiasi cosa, non esiti a contattarmi … Buonanotte …».

Quelle due ultime sillabe, a tempo con l’apertura dell’ascensore e con il battere delle porte in procinto di chiudersi, si amplificarono tra le orecchie di Maura come i versi di un ritornello rock.

La ragazza, infatti, provò la strana sensazione di essersi ridestata da un sogno fugace e prese a guardarsi intorno, accarezzando con i polpastrelli la chiave della stanza numero 14.

Avrebbe potuto trovarsi in qualunque posto a giudicare dalla totale assenza di rumori e dalle impersonali pareti color paglierino di quel breve corridoio.

Fece qualche passo e si trovò subito davanti alla porta dalla tonalità daino della camera che per la prima volta avrebbe condiviso con Omar. Sentì che tutto il corpo, ora, pulsava nella sua mano, pronta a far ruotare la chiave in quella serratura.

La camera, con le imposte aperte e le tapparelle sollevate, sembrava galleggiare in un’oscurità lieve, rischiarata, appena, dai lampioni del lungomare sottostante.

Maura accese la luce ed i suoi occhi sorrisero: la sobrietà dei mobili ed il turchese dominante delle superfici le diedero subito un senso di sicurezza.

Chiuse la porta dietro di sé e si avvicinò alla finestra che campeggiava al centro della camera.

Il silenzio di pochi istanti prima aveva ceduto il passo alla forza delle onde e all’insistenza del vento. La linea di costa era da quel punto invisibile e i marosi aggredivano la pavimentazione, delizia del passeggio estivo, centimetro dopo centimetro, sostituendo le loro gocce e i loro detriti al ricordo delle lucide calzature da sera.

La ragazza, allora, impaurita dal fragore delle onde e stordita dagli acuti fischi del vento, si sedette sul letto, tappandosi le orecchie con forza.

Non aveva alcuna idea, di quanto tempo fosse rimasta in quella posizione, ma quando Omar bussò alla porta, la paura di sentire nuovamente quei suoni spaventosi la costrinse a pensare.

Comprese, quindi, che per poter girare la maniglia avrebbe dovuto sostituire per un attimo la mano che le tappava l’orecchio destro con la spalla.

«Maura! Ehi? Che ti prende?».

«Perché mi hai portata qui? Ho paura … le onde sono sotto di noi, le senti?».

«Ehi, guardami!», disse Omar, scostandole le mani dalle orecchie: «Guardami Maura, non c’è motivo di avere paura … Maura, hai capito quello che dico?».

La ragazza era pallida e le sue pupille si erano dilatate visibilmente, il dottor Ardenghi, perciò, fattala stendere, chiuse le finestre e, spegnendo la luce intensa del lampadario, accese l’abat-jour.

«Non può succederti nulla, dolce Maura …», disse poi, sedendosi vicino a lei e accarezzandole il viso: «Non potrei mai metterti in pericolo! Mai …».

«Ma come fai a dire una cosa del genere? Hai guardato dalla finestra?».

«Certo che ho guardato!».

«E allora?».

«E allora cosa?».

«Lo sai che il mare potrebbe risucchiarci da un momento all’altro?».

Omar sorrise, prendendo le mani di Maura tra le sue senza rispondere. Le fossette sulle guance della ragazza erano così adorabili da renderlo felice.

«Dottor Ardenghi è inutile che fa finta di niente!», aggiunse Maura, ricambiando il sorriso.

«Ecco, finalmente è tornata in lei, signorina!».

«Omar, smettila di fare lo scemo, io sono preoccupata comunque …»

«Ascoltami! Non potrei mai avere paura!».

«Tu sei matto!».

«Se tu non fossi venuta, allora avrei avuto paura …»

«Che vuoi dire?».

«… che anche tu vuoi tuffarti …».

«Tuffarmi?».

«Già, da quello scoglio alto alto di nome amore …».

Maura strinse le labbra e fissò Omar negli occhi, cercando di non perdersi neppure un battito delle sue ciglia.

«Omar … ho paura …».

«Anche io …»

«E ora che facciamo?».

«Saltiamo!»

«Sei sicuro che sia la cosa giusta?»

«No …».

«E allora?».

«Sono pronto, comunque! E tu cosa sei disposta a perdere realmente?».

 

Pierpaolo Lazzaro, da “L’umanista che sconfisse l’umidità”

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