Eccola! La sirena si mostrerà solo a voi. Lasciatevi sedurre …

                     BIRRA E SIGARETTE CON LA SIRENA

Quella notte del 26 novembre a Lingose laria era calda come destate. Quasi non si respirava in città, sebbene la maggior parte degli abitati affacciassero sul mare.

Tutti stavano rintanati in casa con i condizionatori in modalità agostana e ogni via era sgombra di macchine e di motorini.

Luca, invece, puntualmente, era uscito per fare il suo giretto verso lunico locale della zona aperto fino a tardi: il bar polifunzionale Fratelli Gastone.

«Boh! Saranno anche parenti del Gastone di Paperopoli, ma fortuna, finora, non me ne hanno portata per niente».

Borbottava tra sé Luca, camminando a passi lenti per non sudare nella cappa di afa che si faceva sempre più opprimente.

Al bar, però, si stava addirittura peggio che in strada. Per risparmiare, infatti, il signor Tino evitava di accendere laria condizionata, zittendo ogni lamentela con la scusa che il suo tecnico era affogato di lavoro in quei giorni.

Dopo aver comprato un pacchetto di Pall Mall blu ed una Becks gelata, Luca ci rimase giusto il tempo di cercare Mario tra i presenti.

Il suo amico non cera e non aveva neanche avvisato, ma Luca non si scompose affatto. Un simile caldo, in fondo, era la scusa perfetta per saltare un appuntamento abituale.

«Dovremmo deciderci a non venire più in questo posto! È di uno squallore imbarazzante e me rendo conto solo adesso mentre lo osservo da qui.»

Luca si era appoggiato, incrociando le gambe, allingresso del bar e sorseggiava la birra con laria di chi se lera proprio meritata.

Dentro, nessuno sembrava soffrire il caldo piùdi tanto. Il signor Tino ammucchiava i buoni pasto dei dipendenti provinciali secondo lordine di incasso, mentre i clienti, tutta la compagnia di Margonzio, assessore ai trasporti nel Comune di Lingose, apostrofandosi con le peggiori bestemmie, si accanivano sui video-poker in cerca di gloria.

La smania di denaro sembrava avere avuto la meglio anche sui loro bulbi piliferi, perché sudare sudavano e come se sudavano.

Solo zio Giannino era lunico a dare soddisfazione al maxi-schermo con le partite della Liga spagnola, mandate in replica dai canali satellitari.

«Almeno lui ha un hobby!», disse il ragazzo sottovoce, guardandolo dalluscio con tenerezza.

Luca si mise a camminare su un lungomare più che mai deserto.

Quellaria sospesa da ultimo giorno del mondo lo faceva sentire leggero e senza pensieri.

«Forse il prossimo anno mi prenderò unaspettativa dal lavoro e me ne andrò per un poda qui», diceva dopo lunghe sorsate, come se la bottiglia fosse lì per ascoltare le sue decisioni.

Il lungomare, in quel tratto, era molto vicino alla battigia ed egli decise che era il punto ideale per scendere in spiaggia senza dover sporcarsi troppo le scarpe.

Superò la ringhiera prima con una gamba poi con laltra, con lo stesso gesto di quando aveva poco più di sette anni, quando sua madre lo accompagnava ogni pomeriggio sul lungomare. E quella coppia così antica, una madre e suo figlio, attendeva di vedere il cielo violaceo della sera sotto la luna trasparente del tramonto.

Il caldo era ancora appiccicoso e mentre camminava sulla sabbia cercando di affondare i passi il meno possibile, si accorse che il mare quella notte lo stava aspettando.

Era lì, come un amico, di nuovo in città, a cui non puoi dire di no.

Si sedette davanti a lui, come al tavolo del suo pub preferito e continuò a sorseggiare la birra che teneva stretta dal collo della bottiglia per evitare che si riscaldasse troppo.

Non si vedeva bene il golfo quella notte, lumidità si era mossa verso la costa e la teneva stretta in un abbraccio asfissiante.

Luca gettò unocchiata intorno, per evitare che qualcuno lo vedesse, e si mise a canticchiare con voce rilassata.

Si accertava sempre che non ci fosse nessuno ad ascoltarlo tutte le volte che lo faceva, perché era un momento di intimità con se stesso.

Non cera anima viva nel raggio di almeno un centinaio di metri, eppure qualcosa lo turbava e non lo faceva sentire libero.

Aveva limpressione di essere osservato. Prese allora il pacchetto dalla tasca dei jeans e si accese una sigaretta, iniziando a fumare con ansia.

Alternava boccate di fumo a lunghi sorsi di una birra, ormai, a temperatura ambiente. Quellagitazione inspiegabile lo rendeva nervoso. Qualcosa, però, nellacqua improvvisamente si mosse, proprio davanti a lui. Il ragazzo rimase immobile, mentre, strizzando gli occhi, ispezionava la specchio di mare più vicino alla riva.

Cera una ragazza a galla tra le onde poco pronunciate di quella notte che lo fissava con grande attenzione.

Luca si stropicciò il viso tra le mani, pensando di dormire poi disse: «Va bene, la serata si presta, ma non ti sembra un poeccessivo stare o mollo in mare in pieno autunno!»

Quello sguardo vitreo e riflettente continuava a fissarlo senza dire nulla.

«Ho capito sei straniera! Uhm do you speak english?»

Disse il ragazzo abbozzando un sorriso piacione.

In acqua la giovane continuava a fissarlo senza fiatare e la birra iniziava a diventare sempre più calda, ma Luca non se ne preoccupò affatto, era sempre più incuriosito da quello strano incontro.

«Vuoi un podi birra?» domandò, infine, tentando un ultimo contatto.

Promise a se stesso che, non avrebbe più chiesto nulla a quella presenza così poco socievole.

Aspirò due boccate di fumo, voltando lo sguardo verso la città che dormiva alle sue spalle.

Improvvisamente una voce morbida e flessuosa salì, come se fosse amplificata, dal mare, attraverso le labbra di quella sconosciuta: «Io in mare ci vivo!» sentenziò lapidaria.

Il ragazzo sulla spiaggia, preso alla sprovvista, trattenne il fumo in gola fino perdere il fiato e non riuscì ad evitare di tossire rumorosamente.

«Ma cosa ! Cosa vuol dire in mare ci vivo?»

Lacqua inizio a zampillare appena dietro di lei. Improvvisamente salì su quasi a perpendicolo sul bagnasciuga una grossa coda di pesce.

Luca fece un balzo allindietro per lo spavento, rovesciando su di sé un podi birra, poi, si alzò urlando come un pescatore di tonnara. «Hey! Signorina, vieni via da lì! Ma che diavolo fai ancora immobile? Non lo vedi quel bestione vicino a te?»

La ragazza prese a ridere con una grazia e una leggerezza che a Luca gelarono il sangue e disse con il tono di chi aveva dato appuntamento ad un amico sotto casa: «Ma dove vuoi che vada? Te lho detto che io in mare ci vivo!»

Non credeva ai suoi occhi Luca. Fissava la sua nuova amica, dopo, fissava nella bottiglia la sua birra ancora a quattro dita dal fondo e si guardava intorno.

In un attimo di razionalità sbraitò, puntando il dito verso lacqua: «Senti, mi stai dicendo che ho le allucinazioni? Oppure sto davvero parlando con una come si chiama !

Sirena giusto? O qualcosa del genere? Non ci capisco più niente!»

La ragazza in mare, però, aveva trovato il passatempo per la sua serata e continuava a ridere suggerendo una risposta vaga e criptica: «Non serve scomodare gli esseri mitologici, più semplicemente vado al mare quando non ci andate voi!».

Dopo qualche istante, tuttavia si avvicinò alla sabbia, uscendo quasi dallacqua e mostrò la sua figura interamente. Era una donna giovane con capelli corti e pettinati verso lalto a formare tanti piccoli aculei. Il suo corpo era nudo fino alla cintola con seni floridi e sodi, mentre la sua pelle era liscia e leggermente ambrata. Al di sotto della vita, poi, a coprire il brusco passaggio tra corpo umano e corpo animale, aveva una cintura color rame che campeggiava al centro di una lunga e nera coda squamosa. Le pinne caudali erano ampie e acuminate e si sviluppavano in modo parallelo alla linea mediana del corpo.

Il viso, di una bellezza rarissima, aveva un ovale leggermente schiacciato allindietro; cosa che dava a quel volto un leggero aspetto esotico. Luca era ipnotizzato da quegli occhi magnetici che baluginavano tra le onde per via della loro profondità e per il modo con cui lo fissavano.

La sirena teneva un braccio disteso verso lombelico, che sembrava disegnato e laltro, quello destro, piegato verso la spalla per dare alla mano la possibilità di accarezzarsi la testa con vezzo venereo. Sotto di lei lacqua della riva sembrava un giaciglio di lenzuola di seta.

«Ma cosa ti succede, hai il colore delle onde di maestrale; non hai mai visto una ragazza in topless al mare?», sbottò la bellissima creatura marina. «Se hai paura di me vado via stai tranquillo?» aggiunse, poi, stendendo il muso in maniera adorabile.

Mentre guardava lo stendersi delle pieghe tra quelle labbra misteriose, il ragazzo si dispiacque molto che la magia di quellincontro non avrebbe mai avuto testimoni.

La comparsa, infatti, di possibili passanti, era da escludere a priori, visto che lunico abitante di Lingose a sfidare lumidità con una passeggiata sul lungomare era lui.

Le prime case, poi, erano troppo lontane da lì, perciò anche se un nottambulo, anziché un amico poco affidabile, avesse atteso il sonno sul suo balcone vista mare non avrebbe mai potuto scorgere quella scena così insolita.

«No, ti prego!», supplicò Luca, dopo aver soffiato fuori dalla sua pancia tutta laria in eccesso che lo faceva sentire goffo.

«Non nuotare via>>,  continuò, ti chiedo scusa se ti sono sembrato sgarbato, ma è unemozione che non riesco a contenere quella che provo guardandoti».

Quelle lusinghe la resero felice ed erano ciò che lei stava aspettando, ma con maestria tutta femminile si mostrò impassibile, tanto che il ragazzo riprese la parola: «Sai, avrei tantissime domande da farti, mincuriosisce molto la tua doppia natura umana e animale».

Poi tossì per limbarazzo crescente e riprese: «E poi qual è il tuo nome?», fece il ragazzo gonfiando i polmoni di aria audace. «Come dovrò chiamarti, insomma?».

La sirena divenne a quella domanda molto seria.

«Non devi chiamarmi in alcun modo», sentenziò. «Io per te non ho nome, non dovresti neanche vedermi in realtà. Tanto …», piagnucolò, «non riusciresti neanche a pronunciarlo con la tua lingua fatta di terra umida».

Il ragazzo scattò in piedi con un sussulto di nervosismo e alzando il braccio verso di lei, si lasciò andare ad uno sfogo che avrebbe voluto gettare in faccia a se stesso da molto tempo: «Anche io sono una creatura di confine come te, cosa credi! Anche io soffro come te … mi lega ai miei simili solo la paura del vuoto. Il mio confine, però, non demarca perimetri del mio corpo. Il mio confine lo percorro ogni giorno in ciascuna delle mie azioni. Amo i luoghi se in procinto di abbandonarli, mi affeziono alle persone quando so che non le vedrò più, adoro il cibo a pochi giorni da una dieta, desidero il mare, ma solo nelle vicinanze della costa».

La ragazza con la coda di pesce non si mosse e non emise alcun sibilo, ma dal masso su cui si era adagiata, mentre guardava il suo nuovo amico infiammarsi, lasciò intravedere i suoi occhi avvolti nella dolcezza. Poi, imprevedibile come un felino, alzò le guance abbozzando un sorriso che era già un capolavoro: «Su, su, giovanotto, non essere così estremo!

Il mondo asciutto non è né brutto né bello in fondo.

È un posto molto ordinato e pieno di regole, ma ha solo un vero grosso problema: risponde ad una logica che non è quella di voi esseri umani.

Ecco perché vi lamentate sempre di essere infelici. La qualità della vostra interpretazione è decisamente scarsa e lontana dalla realtà…».

«Che vuoi dire?» disse Luca, guardandola come chi è all’ennesima birra. 
«Il vostro modo di leggere e interpretare il mondo intendo …» rispose di getto la sirena. 
«Il fatto che la vita umana non sia sempre il massimo, dimostra l’errore della vostra interpretazione del tutto!». 

Il giovane guardava senza battere ciglio la danza del fumo della sigaretta. Quelle stringenti argomentazioni della creatura marina, in realtà, non lo convincevano pienamente, perciò concluse schiarendosi la voce: «Be, comunque, la terra vista dal mare e il mare visto da terra sono entrambi luoghi di un altrove».

Improvvisamente, dal nulla in cui quel dialogo antico stava fiorendo, un rumore ed una luce asettica spuntarono alle spalle di Luca.

Una grossa automobile con il motore acceso e il ringhio dellacceleratore sempre più molesto stava puntando i fari verso l’angolo di spiaggia in cui si trovavano i due conversatori.

Luca si voltò e cercò di comprendere cosa stesse succedendo, strizzando gli occhi per capire che tipo di auto fosse, ma non appena ebbe distinto la luce di un riflettore che si faceva largo tra quella già intensa degli abbaglianti non ebbe più dubbi: «Cazzo, la polizia! Non devono trovarti qui, forza scappa cioè nuota! Nuota, che aspetti!».

La sirena non si muoveva minimamente, anzi sgranava gli occhi incuriosita da un simile imprevisto, mentre i poliziotti, acceso il lampeggiante, si dirigevano verso il mare con i mitra sottobraccio.

Arrivati ad una distanza tale da potere essere uditi urlarono: «Ehi tu! Ragazzo, tu di schiena rimani fermo dove sei e non fare movimenti improvvisi!».

Compresa la gravità della situazione Luca iniziòad agitarsi e a gesticolare, lasciandosi scappare in maniera isterica poche sillabe ripetute: «Via, vai via! Via!».

Finalmente la ragazza, spaventata dallo sguardo allucinato dell’amico, fece uno scatto rapidissimo e, dopo essersi immersa, con due colpi della sua poderosa coda sparì tra le onde placide.

I due poliziotti furono sul giovane dopo qualche secondo e facendolo inginocchiare con le mani sulla testa lo perquisirono a fondo. Non erano neanche quarantenni e il loro fare era nervoso.

Il più anziano dei due allora cominciò a dire: «Voglio sapere subito con chi stavi parlando e a chi gridavi di andare via!».

Luca replicò senza fare una piega: «Agente può stare tranquillo, ero solo sceso in spiaggia, visto il grande caldo, con la mia birra e mi sono addormentato, stavo facendo un incubo e svegliandomi di soprassalto ho preso a gridare. Tutto qui!».

Lagente, però, non fu per nulla convinto da quella risposta, anche perché aveva visto nellacqua degli schizzi sospetti. Erano troppo alti, infatti, per essere stati spinti dalla bassa marea di quella notte.

Con un gesto da avanspettacolo, il poliziotto più giovane staccò dal cinturone una torcia e iniziò a puntarla verso il mare in cerca di prove che tenessero in piedi la sua ipotesi.

Tuttavia se qualcuno stava parlando con il ragazzo doveva avere lattrezzatura subacquea per poter sparire a quel modo in pochi minuti.

«Domè!», disse, poi, al suo collega, intento a tenere docchio Luca: «la situazione non mi convince, portiamolo in caserma, in questo periodo ci sono molti barconi di clandestini nel nostro tratto di mare!».

Si voltò, quindi, verso il ragazzo e guardandolo beffardo continuò a voce alta: «Magari si è accordato sullora dello sbarco con il suo compare, ormai già a largo con le bombole dossigeno!».

Luca non credeva alle sue orecchie e tirando giùle mani che teneva intrecciate sulla testa si tirò uno schiaffo per svegliarsi da qual sogno surreale che stava vivendo.

Lagente, più vicino a lui, spaventatosi per quel gesto inaspettato e repentino si arrabbiò e, tiratolo su di peso, iniziò a scuoterlo come una tovaglia usata, dopo un fugace pranzo infrasettimanale.

«Ma cosa diavolo state facendo?», urlò Luca: «Siete impazziti, come vi permettete a trattarmi in questo modo, sono un professionista rispettabile! Sono larchitetto di punta dello studio del Prof. Bleschi: il più importante architetto di tutta la provincia!».

Il mare era sempre più disteso, sembrava quasi che quel teatrino improvvisato al suo cospetto lo stesse divertendo, facendogli scomparire le sue lunghe rughe millenarie.

«Puoi essere chi ti pare, giovanotto, allalba faremo perlustrare la zona dai sommozzatori e dagli elicotteri, tu intanto ti sei guadagnato una notte da noi. Andiamo!».

Le parole dellagente più anziano erano lapidarie e non lasciavano speranze.

In pochi minuti Luca si trovò gettato allinterno della volante, con la sirena, non certo quella stupenda che aveva conosciuto tra le onde, equalizzata a volume spaccatimpani, e il lampeggiante che balenava come se stesse sullacqua piuttosto che sul tetto di unautomobile.

Una volta dentro la caserma di Lingose i due agenti lo accompagnarono, attraverso un lungo corridoio e una rampa di scale, nellunica cella di cui disponevano.

Una porticina con un grosso spioncino quadrato fu aperta e dopo una manciata di secondi, richiusa con due mandate, senza che alcuna parola venisse pronunciata.

Luca era di nuovo solo, come lo era stato prima di quello strano incontro in riva al mare che gli aveva stravolto la serata.

Si guardò intorno. Era chiaro che quello stanzino sterile non veniva aperto agli ospiti da molto tempo. La polvere era tale da disgustare anche un uomo pigro e restio alle pulizie domestiche come lui.

Ebbe appena il tempo di coricarsi su unasse di legno, rivestito da uno spesso tessuto sintetico, disposto sui due terzi di quelle quattro mura, che anche la luce a neon sopra di lui si spense.

Luca provò a chiudere gli occhi, poi li riaprì, poi li richiuse, poi li riaprì.

Non riusciva ancora a realizzare cosa fosse successo di preciso a partire dal momento in cui iniziò a bere la sua birra in spiaggia e a fumare lunghe boccate di sigaretta.

Qualcosa non lo convinceva, forse le stranezze erano iniziate già mentre aspettava il suo amico Mario al bar dei Fratelli Gastone.

Tra laltro che fine aveva fatto Mario nel frattempo!

Forse si trattava davvero di un sogno al contrario, forse lumidità eccessiva gli aveva scombussolato il ciclo sonno-veglia.

Uno spiraglio di luce artificiale accarezzava la parete appena di fronte ai suoi piedi, era il lampione che dava sul cortile della caserma. Si sentì, quasi al sicuro, in viaggio per lavoro, e a posto con la propria coscienza.

A quel punto si addormentò, sperando di svegliarsi direttamente nel suo appartamento in via degli Alambicchi. Cosa che ovviamente non si verificò.

Intorno alle 8 del mattino la porta della cella si spalancò davanti alle moine di una voce stridula e untuosa: «Dottor Luca Posi carissimo, sono veramente mortificato per quanto è accaduto! Sono il commissario Belletta. Venga, la prego, ci tengo a offrirle la colazione, così potremo fare una bella chiacchierata in compagnia di un cappuccino e un cornetto!».

Luca aprì gli occhi di colpo e prese a stiracchiarsi in stato di semi incoscienza.

Un uomo sulla sessantina lo guardava, sorridendo eccessivamente, con una smorfia degna di un attore etrusco.

Al ragazzo, in realtà, anche in una situazione ideale non erano mai piaciuti quelli che sorridono troppo e senza un motivo apparente, figurarsi dopo una notte simile.

E poi aveva sempre sotto gli occhi una scena che non lo aveva fatto dormire per giorni qualche anno prima. Era a casa dei suoi nonni materni in campagna per una domenica fuori città. Quando un capannello di curiosi si raccolse appena sotto il balcone sul quale si trovava.

Alcuni uomini in tuta da meccanico e dal sorriso affilato avevano accompagnato un grosso maiale fino ad una ringhiera; uno di essi, poi, il più sorridente, lo aveva legato con una specie di guinzaglio e continuando a sorridergli lo accarezzava guardandolo con occhi dolci e pieni di tenerezza.

Rapido come un getto dacqua, questuomo aveva sguainato, infine, senza farsi notare da nessuno, un coltello e con un fendente alla gola aveva atterrato il maiale in mezzo alle sue strida disperate e al sangue copioso.

Il sorriso di Belletta oscillava ora scintillante come una lama: «Ho appena parlato con il Prof. Bleschi!», sussurrò luomo sorridente: «Ha detto che oggi e domani lei è libero di rimanere a casa! È stato informato dellaccaduto ed è molto preoccupato per la sua salute emotiva!».

Quelle parole furono per Luca come un doppio espresso e due quadrati di cioccolato fondente purissimo.

Il giovane si alzò con un gesto atletico, mostrandosi sereno come dopo un esame superato, e si avviò verso luscio dello stanzino claustrofobico in cui si trovava.

«Commissario, la prego, faccia strada … ho proprio voglia di una colazione allitaliana!», disse ispirato Luca. «Sa, allestero impazziscono per il tepore mattiniero e accogliente dei nostri bar …».

Belletta, da teatrante puro quale era, inarcò ancora di più il suo sorriso e con una pacca sulla spalla dell’interlocutore prese a camminare a larghi passi verso langolo bar della caserma.

Era senza dubbio un padrone di casa ineccepibile e fece accomodare l’ospite, accompagnandolo al suo posto, con ampi movimenti accoglienti delle braccia.

Poi, ordinò con il sorriso di chi comanda, due cappuccini e due cornetti al cioccolato e li servì lui stesso al tavolo.

«Ecco giovanotto! Che meraviglia eh! Ora, ci tengo a informarla che i miei uomini, colpevoli di estrema leggerezza nei suoi riguardi, sono stati già ripresi sonoramente dal sottoscritto!».

Luca guardava il commissario in modo statico e continuava a farlo anche mandando giù i bocconi e i sorsi della sua colazione.

«Abbiamo, comunque, verificato la veridicità delle sue dichiarazioni, dopodiché>>, aggiunse Belletta, <<All’alba, con un operazione congiunta, denominata “Operazione Sirena”, abbiamo battuto lo specchio di mare, dove lei  è stato prelevato, sia dallalto, grazie all’ausilio degli elicotteri del comando provinciale, fino a 15 miglia dalla costa, che, per la stessa distanza, direttamente dal fondale, con l’intervento dei miei sommozzatori specializzati.

Abbiamo constatato che, in effetti, non si verificano avvistamenti di barconi clandestini da una ventina di giorni. Probabilmente, l’eccessivo caldo di questi giorni li ha fatti desistere!>>.

Il ragazzo continuava a mostrare segni di visibile assenza e continuava a ingoiare ciò che gli era stato offerto.

«Insomma, tutto regolare Dott. Posi, le posso assicurare che nessuno le darà più noia se deciderà nei giorni seguenti di prendere un podi fresco in spiaggia!».

Belletta tolse, per qualche secondo, la maschera, mentre un agente gli si avvicinò per informarlo di un impegno che lo attendeva nel suo ufficio, lasciando intravedere degli acuminati occhi astuti.

La rimise, tuttavia, dopo un paio di secondi per salutare Luca.

«Bene, io la devo lasciare, purtroppo! Ma il lavoro è sacro! Finisca pure la sua colazione e mi saluti il Prof. Bleschi appena lo vede.  Arrivederci, allora, dottore, è stato un piacere conoscerla!».

Il sorriso teatrale di Belletta si inarcò, sfiorando, questa volta, angolazioni delle labbra davvero vertiginose, prima di spegnersi sulla smorfia seccata del burocrate rampante e di voltare le spalle nella direzione della porta.

Fuori dal salone bar, l’umidità non aveva ancora smesso di assediare Lingose e Luca lo capì guardando la luce ovattata che illuminava il suo cappuccino ancora non finito.

Un ragazzo sui ventidue anni, con una cresta di capelli unti per l’eccesso di gel, stava armeggiando dietro il bancone con uno squadrone di tazzine sporche, assediate da un’ala di cucchiaini incrostati.

Quel sottofondo catapultava Luca in un luogo franco e Luca amava i luoghi di quel tipo: veri e propri non luoghi, come gli aeroporti o le stazioni, dove lo status precario del passeggero influenza anche i pensieri.

L’architetto si smarrì nella tazza, consegnatagli da Belletta, sulla superficie di una schiuma ormai svanita. Riemerse sulle sponde del Douro, davanti al calice di Porto Reserva, del viaggio attraverso l’Europa di parecchi anni prima.

Un forte tonfo, amplificato dal fondo in acciaio del lavandino, risuonò, però, improvvisamente come un gong. Il ragazzo del bancone, raccolse i sei pezzi in cui due tazzine si erano rotte e dopo essersi guardato furtivamente intorno li fece sparire nell’immondizia.

Luca si risvegliò di scatto dal suo sogno ad occhi aperti e scosse forte la testa.

Il sole adesso entrava di taglio dalla finestra, sembrava un piede di porco tra le mani di uno scassinatore professionista. Bisognava uscire da lì pensò il Dott. Posi, quello stanzone in smunto stile anni ’70, ormai, gli stava facendo venire la nausea.

Uscì dalla caserma, a passo svelto, ripercorrendo in pochissimo tempo il corridoio che la sera precedente gli era sembrato lungo come il traforo del Monte Bianco.

Lingose, intanto, alle 9:30 era deserta. Il movimento della popolazione scolastica e impiegatizia, infatti, era andato scemando dopo le 8:15 per via del fluire caotico dei genitori alle prese con gli studenti ritardatari.

Luca si accorse di essere a pochi isolati da casa, perché gli eucalipti sulla strada lato mare divenivano sempre piùfitti.

Mise le mani in tasca per assumere una camminata vacanziera e tirò un sospiro di sollievo, ma non appena la sua mano destra tocco il cellulare ebbe un sussulto e rallentò il passo.

Il suo prezioso telefono giaceva dimenticato dalla passeggiata in spiaggia della notte precedente. <<Non voglio neanche immaginare quante volte mi avrà cercato Mario, ansioso com’è!>>.

Lo screensaver touch sentenziò implacabile: 25 chiamate perse e 30 messaggi. Luca sapeva che con il suo amico era opportuno giocare di anticipo. Digitò, quindi, la lettera M nella rubrica e schiacciò il primo nome presente nell’elenco.

<<E allora? Che fine hai fatto ieri notte?>>, la sua voce cercava di emulare i toni attoriali dell’impareggiabile Belletta. <<Lo sai che se passo troppo tempo da solo dai Gastone vado in paranoia …>>. Dall’altro capo del telefono una grossa onda sembrava stesse caricando la sua parabola distruttiva fino al punto di impatto. <<Cosa? Ma sei impazzito? Devi aver battuto la testa stanotte!>>. La voce si prese una breve pausa, poi riprese: << Sono arrivato un quarto d’ora dopo l’orario del nostro appuntamento e tu non c’eri. Mia moglie non mi faceva uscire, sai come sono le donne, diceva che non voglio mai stare con lei! Bah, che stupidaggini!>>.

Ci fu qualche attimo di pausa, in cui le orecchie di Luca, graziate da quella voce assordante, presero a fischiare rumorosamente. <<Ma poi, che storia è questa?>> continuò Mario urlando: <<Tu sparisci fino a stamattina e ora vuoi rimproverare me per un ritardo di un quarto d’ora? Ma lo sai che spavento mi hai fatto prendere! Dai Gastone mi avevano detto che ti hanno visto uscire di fretta e sparire sul lungomare …>>. Le grida di Mario divennero, a quel punto, concitate: <<Ho provato fino alle due e mezza di notte a chiamarti … nessuna risposta! Alla fine ho chiamato stamattina nel tuo ufficio e lì mi hanno detto che non eri andato a lavorare!>>.

Luca fissava la strada, alternando la dimora della mano, libera dal cellulare, tra la tasca e l’aria aperta, giusto il tempo di salutare con un cenno i conoscenti che passavano in auto.

Le parole piene di preoccupazione dell’amico, però, lo fecero sentire bene e gli servirono l’assist per fare rete nella porta della riconciliazione: <<Scusami, Mariù, hai ragione, ma ti assicuro che ho avuto una nottata davvero incasinata, non mi crederesti se te la raccontassi! Sbrigo un po’ di situazioni e mi faccio vivo io. Capito! E non fare l’ansioso!>>.

Con una risata prolungata, Luca sigillò la conversazione e, a sua volta, il cellulare nella tasca, mentre da Via Giuseppe Giacosa svoltava verso Via Cesare Balbo: la via di casa.

L’asfalto già brulicava dei soliti perdigiorno, tuttavia, nonostante l’aria distratta, per via della telefonata Luca, non riuscì ad evitare l’incontro con il peggiore di tutti: il signor Giovanni, un pensionato assai pettegolo che trascorreva la giornata presidiando quell’accesso a via Balbo.

E, comunque, non era il solo a controllare i movimenti di entrata e di uscita degli abitanti di quella traversa, perché sul lato diametralmente opposto, ad angolo con Via degli Angioini, era di piantone sua moglie Elvira, un’ingombrante signora sulla settantina, sempre accompagnata dalla fedele badante Tania.

<<Architè!>> esordì a voce altissima l’anziano: <<Tutto bene? Come mai oggi niente lavoro?>>.

Luca si fermò di colpo, cercando di lasciarsi una via di fuga, dato che l’uomo gli si era parato davanti. Aveva una gran voglia di rispondere in maniera offensiva, ma si trattenne, cavandosela con un cortese: <<Salve signor Giovanni, tutto bene grazie. Già, ho un po’ di questioni burocratiche da sbrigare!>>. Il vecchio linguacciuto, però, non si lasciò convincere facilmente e rincarò la dose: <<Mia moglie, mi ha detto, architè, che questa notte non è rientrato a casa! Sa, a mia moglie non sfugge neanche quante volte uno va a fare la pipì!>>.

Questa volta, invece, Luca strabuzzò gli occhi dalla rabbia e lo stesso impiccione si rese conto di aver esagerato. Il ragazzo, assorbita subito l’ira, si mostrò sereno e sfruttando la sua proverbiale pazienza disse solamente: <<La saluto signor Giovanni e un saluto anche a sua moglie!>>, mentre dribblava il vecchio con uno scatto da centravanti.

Finalmente era a casa. Un elegante palazzo a tre piani in stile liberty era la residenza di Luca da ormai quattro anni e il ragazzo si era emotivamente legato ad ogni dettaglio di quell’edificio, dal piccolo colonnato fronzuto della facciata, alla mano di edera che avvolgeva l’ingresso dal basso verso l’alto.

Si sentì, tutto a un tratto, sfinito, probabilmente perché sentiva di essere quasi al sicuro. Salì, slanciandosi in avanti, gli scalini a due a due, fino all’atrio dell’ultimo piano: quello del suo appartamento.

Chiusa la porta dietro di sé, tirò un forte sospiro. La casa giaceva immobile nella penombra delle tapparelle abbassate, sul sole intimista del primo pomeriggio: <<Ah! Adesso, ci vuole proprio una bella doccia!>>, disse slacciandosi le sneakers e gettandole nella scarpiera componibile. Girò, quindi, la manopola dell’acqua calda a fondo, con la serietà di un macchinista, e si spogliò spargendo i vestiti attraverso le stanze, con la veemenza con cui Orlando impazzito rinnegò nel bosco la sua invitta armatura.

L’acqua calda scendeva sinuosa sulla sua testa, facendogli tenere gli occhi chiusi per il benessere assaporato.

Una volta suo padre gli raccontò che da bambino vicino al fiume del suo piccolo paese aveva visto molti serpenti mordere un sasso per liberarsi del loro veleno prima di entrare in acqua.

Di certo, vagliato con il senso critico di un adulto, quell’aneddoto non aveva alcuna attendibilità, tuttavia Luca aveva voluto farlo proprio, servendosene come spunto per un piccolo rito personale.

Ovunque si trovasse, prima di ogni doccia, al chiuso o in spiaggia, per esempio, si liberava di ciascun pensiero negativamente ‘tossico”, appendendolo alle pareti più vicine che riusciva ad individuare con lo sguardo.

Cosìfece, infatti, anche in quella occasione, appena chiuse dietro di sé il pannello della cabina doccia.

Sì asciugò frettolosamente e ancora nudo si gettò, inerte, sul letto. L’acqua calda aveva lavato via ogni forza rimastagli in corpo, slegando i suoi nervi, tenuti insieme a stento dal desiderio di toccare il materasso di casa.

Dormì con la leggerezza di un essere privo di memoria e si svegliò quando era già buio. Le luci della strada si affacciavano nella sua camera da letto, inchinandosi davanti ai suoi occhi ancora sfuocati per la lunga inattività.

Rimase nudo: ormai riusciva a farlo con serenità. Per molto tempo, però, si era vergognato di vedere il riflesso del suo corpo, privo di vestiti, negli specchi di casa.

Il motivo era che l’idea di essere un semplice animale, lo aveva sempre inorridito; del resto, era convinto che l’uomo privo di tensione verso l’infinito fosse un concetto ossimorico.

Accese lo stereo e, pescato tra i cd il cofanetto con i live di Bill Evans, lo inserì, alzando quasi a metà il volume a disposizione.

Era proprio il momento perfetto per concedersi una bella sigaretta; si posizionò, quindi, la Pall Mall tra indice e medio della mano destra e tirò su con la sinistra la tapparella del soggiorno rivolta verso il lungomare.

La sigaretta sembrava quasi uno strumento tra le mani di Luca e le sue ampie boccate di fumo prendevano il ritmo dei virtuosismi funambolici del noto jazzista.

Il mare, poi, sullo sfondo di una città anestetizzata da un’umidità sempre più invadente, assorbiva quei vorticosi sospiri nicotinici.

Il ragazzo si sentiva stranamente iperattivo e febbricitante ed era animato da un mix di fame nervosa e bisogno di uscire con urgenza, anche se privo di alcun appuntamento.

<<Ho capito qual è il problema, ci vuole uno dei miei super sandwich!>>, bofonchiò.

La musica raggiungeva vette dalla spigolosità invalicabile e quell’uomo in amore con la tastiera di pianoforte iniziòa innervosirlo.

Chiuse lo stereo e corse in camera da letto. Indossò i boxer e le infradito con il colpo di reni di un tuffatore, quindi, sgambettò in cucina con brevi saltelli.

<<Un sandwich da vero gourmet: pane bianco di grano tenero, prosciutto di Praga, due cucchiai di maionese Hellmann’s, due pomodorini Piccadilly, una fetta di mozzarella!>>.

Luca addentava fiero la sua creazione e chiudeva gli occhi in estasi, appollaiato sullo sgabellone che la ex gli aveva fatto acquistare via internet.

<<Be’, in fondo il bicchiere è sempre mezzo pieno …>>, farfugliava, mentre si accingeva a sbocconcellare l’ultimo morso. <<Se non altro ho una cucina arredata con invidiabile gusto femminile!>>.

La sua ex ragazza, infatti, oltre che del trespolo su cui sedeva, era stata la mente anche dell’acquisto, del tavolo bianco a isola e dell’intero servizio da cucina.

Rise di gusto, versandosi la birra cruda artigianale che suo cugino gli aveva mandato dal Belgio, poi, improvvisamente, i suoi occhi caddero sul livello di schiuma prossimo a tracimare oltre il bordo del boccale.

<<Porca troia! E se la marea la riportasse a riva! Via, Luca, muovi il culo forza!>>, disse digrignando i denti.

Non aspettò un istante di più … staccò dalla gruccia la prima camicia che gli cadde sotto gli occhi e inforcò i jeans che riposavano sul divano dell’ingresso da due giorni, in attesa di essere stirati.

Quindi uscì con ai piedi le infradito di uso rigorosamente casalingo, secondo la sua rigida etichetta in materia.

<<No, le infradito, cazzo! Ho sbagliato!

Va be’ non c’è tempo di tornare indietro!>>, ribattè a se stesso per convincersi di aver fatto la scelta giusta.

In pochi minuti era già su Via degli Angioini, quella che portava al Lungomare.

La strada era vuota come la notte precedente. Erano le 23:10 e le stanze delle case erano spente. Luca, perciò, riusciva a vedere come unico segno di vita umana solo le luci, danzanti sull’acqua, delle città dall’altro lato del golfo.

Si sentiva come un adolescente, aveva i sudori freddi, nonostante il caldo soffocante, e immaginava di essere l’ospite più atteso della festa che accendeva le mille luci al di là di quel braccio di mare.

Ritornò ad essere un adulto solo per qualche minuto, giusto il tempo di entrare dai Fratelli Gastone a prendere le sigarette e due Beck’s gelate.

Uscì da quel postaccio che odiava con tutto il suo cuore, così velocemente da non essersi accorto neanche di chi l’avesse servito o se ci fossero stati altri clienti.

La smania di raggiungere la meta aumentò la lunghezza dei suoi passi.

Ora, infatti, cominciava ad intravedere lo scoglio sul quale lei si era adagiata e nulla le sarebbe più importato dei contorni del mondo esterno.

Si sedette nello stesso punto dove si trovava nel momento in cui l’aveva vista e, accendendosi una sigaretta, si mise ad aspettare.

Le luci del golfo, da lì stranamente più lontane, sembravano perle, allineate e tenute insieme l’una dietro l’altra dall’orizzonte.

Formavano una vera e propria collana e su di esse la mente di Luca vagava confusa.

Stette, naufrago della sua immaginazione, immobile per un’ora, poi, ridestato dal calore raggiunto dalla bottiglia di birra ancora stretta tra le mani, rimosse il tappo con l’accendino e iniziò a bere avidamente.

<<Che idiota che sono stato!>> sbuffò il ragazzo: <<Ma cosa volevo ottenere? Questa cosa mi sta facendo andare fuori di testa!>>.

<<Quale cosa? Ti riferivi a me?>>. La sirena era di nuovo lì, languidamente abbracciata allo scoglio che aveva scelto la notte precedente. <<Guarda che io non sono una cosa!>>.

Luca rimase impassibile, ma la bottiglia tremava con vistose oscillaziomi tra le sue dita.

<<Ehi, ciao, come stai? Passeggiavo qui intorno e sono sceso in spiaggia a prendere un po’ di aria …>>.

Cercava in tutti i modi di fare il vago, ma gli usciva molto male, soprattutto di fronte a una creatura femminile di così grande carisma.

<<Ah, ma allora non hai pensato neanche un secondo al nostro incontro?>>, miagolò la sirena, con un’intonazione calibrata alla perfezione per far capitolare il nemico.

Luca sentì una secchiata di acqua gelata scendergli giù per la nuca, come se lo avessero colpito con un palloncino di Carnevale, e origliò le parole morirgli nella laringe.

All’improvviso, prese a balbettare con una ritmicità che andava a tempo con il tremolio delle sue gambe: <<No, dai, sì, un po’, no, ma nel senso che mi hanno colpito le tue parole!>>.

La ragazza sulla riva rideva di gusto, in fondo, era pur sempre una cangiante creatura di mare.

Poi, il ragazzo riprese coraggio e inizio un discorso che sembrava studiato appositamente per l’occasione: <<Senti! Tanto per cominciare vorrei sapere come diavolo hai fatto a non farti scoprire dai sub. Mi hai fatto prendere uno spavento incredibile! Lo sai che questa mattina all’alba gli uomini della polizia hanno battuto la costa palmo a palmo?>>.

La ragazza divenne seria e due flessuose linee, quasi due note impreviste da una partitura, le comparvero al centro della fronte.

<<Mi spiace molto che tu sia stato in pensiero per me, dico davvero, ma non avresti dovuto, in mare non temo nemici … è casa mia!>>. Poi aggiunse, sotto lo sguardo attento di Luca: <<E comunque, guarda che li ho visti … Mi sono nascosta, lasciando spuntare dalla spiaggia intatta del fondale solo i miei capelli. Sai, in acqua si confondono con le alghe e le altre piante marine … Ecco perché sono così corti e acuminati. Inoltre sono anche sensibilissimi agli spostamenti d’acqua, quindi, in qualunque momento mi tengono informata sui movimenti avvenuti nelle vicinanze>>.

Il ragazzo era strabiliato e guardava quella creatura magnetica senza battere ciglio per interi secondi.

<<Wow!>>, sospirò, poi, Luca estasiato: <<Ah! Visto che finalmente mi stai parlando di te, volevo chiederti se è vera la storia che voi sirene siete in grado di cantare così bene da fare impazzire d’amore gli uomini che avessero la sventura di ascoltarvi?>>.

La bellissima fronte della ragazza a quella domanda si ridistese. << Ah ah ah! Ma che fesseria! Cantare … e per fare cosa? I concerti in onore di voi uomini giramondo? Che strana idee che avete! Cercate ovunque scuse per essere sedotti…>>.

Luca si fece paonazzo dalla vergogna e non riuscì a intervenire sull’argomento.

L’orazione femminista della sirena, invece, prese un’inattesa piega di natura storico-scientifica: <<Ma, poi, non vorrai dirmi che ancora credete alle favolette mitologiche, tipo quella sui Ciclopi? Una volta in Sicilia, giunsero con la glaciazione alcuni elefanti e nel momento in cui questa fu terminata vi rimasero bloccati. Con il tempo, però, essi divennero sempre più piccoli, fino a quando, dopo la loro definitiva scomparsa, rimasero soltanto grandi ossa a testimoniare tale vicenda. Ecco cos’erano i Ciclopi omerici: crani di elefante con un grosso buco al centro per la proboscide!>>.

Luca era stupefatto da quel modo di parlare, neanche all’università ricordava professori con un pensiero così fluido. <<Ma come fai a sapere tutte queste cose? E poi anche tu in base al tuo ragionamento non dovresti esistere, eppure …>>.

La sirena non si scompose affatto, per via di quella domanda a bruciapelo, anzi concluse definitivamente la sua presentazione di sé: <<Mi sottovaluti, allora, giovanotto, ho giusto qualche anno in piùdi te e lunghi viaggi sulle spalle! E poi, non ti ho detto mica che non esistiamo … il fatto è che nessuno di quelli che ci ha visto, ha mai potuto raccontarlo … semplicemente perché non  sarebbe mai venuto meno alla parola data! Ecco perché, per voi uomini, viviamo solo nella mitologia e nelle favole per bambini. Del resto, non temere, anche tu non potrai parlare a nessuno di me, infatti non vorresti mai che mi catturassero per studiarmi come una cavia da laboratorio. Questo è il punto! Noi scegliamo apposta gli umani a cui mostrarci. Perciò solo quelli dotati di grande sensibilità possono incontrarci … e tu sei uno di questi!>>.

Luca non credeva alle sue orecchie. Era chiaro che tutte le storielle ascoltate sin da piccolo sulle sirene erano fesserie. Davanti a sé aveva una donna di grande spessore intellettuale e non una banale seduttrice di marinai.

<<Come faccio a credere alle tue parole! In fondo, potresti anche essere soltanto una mia fantasia …>>, si lasciò cadere il ragazzo dalle labbra sorridenti.

<<Sai, prima, quando parlavi di storie infantili, mi hai fatto venire in mente una cosa che mi piacerebbe raccontarti>>.

La sirena si rannicchiò sul masso che aveva scelto come chaise longue la notte del giorno prima e pose una mano appena sotto il mento per poter puntare il viso verso gli occhi di Luca.

<<Da bambino, mentre osservavo le nuvole correre e cambiare forma sopra di me, pensavo che la terra si muovesse solo nei giorni di vento e che nei giorni di quiete fosse immobile come il cielo dei pomeriggi soleggiati.>>.

La sirena piegò la coda con somma femminilità, ascoltando rapita.

<<Scommetto che non hai mai visto un aeroporto! Vero?>> le disse il ragazzo.

<<Cos’èun aeroporto!>> rispose la sirena, sgranando gli occhi.

Era difficile non fissarli, anche se la luce era flebile. Brillavano come una malva aperta sulla spiaggia da pescatori orgogliosi dei loro sospiri notturni.

<<È un attracco per le navi con le ali>> asserì Luca con tono deciso.

La sirena sembrava quasi una studentessa davanti alle spiegazioni di Luca, ma cercava con moine tricotiche di non farsi intimorire: <<Ah, ora ho capito, ne ho visto uno a largo delle isole Breni, dove andavo a incontrare le mie sorelle.>>.

<<Le case vicino all’aeroporto>>, riprese il ragazzo con piglio cattedratico: <<Non hanno la forma delle altre case. Man mano, infatti, che ci si avvicina alle piste di atterraggio paiono schiacciarsi, diventando sempre più basse e tondeggianti. Sembra che il mistero del volo le intimorisca>>.

<<Sei davvero affascinante lo sai …>>, sospirò la sirena: <<Se parli alle donne della terraferma così, le farai impazzire tutte e finirai come Orfeo!>>.

Luca divenne tutto rosso in viso e iniziò a tossire fragorosamente, dando inizio a tutta una serie di  automatismi anti-stress.

<<Ah ah ah! Dai! Rilassati giovanotto, non è il caso di agitarsi … anzi a proposito di aeroporto e di aerei, adesso ti svelo il mio passatempo preferito. Del resto, riguarda sempre aerei, quelli del mare, però: le navi da crociera.>>.

La creatura marina si girò su un fianco con un guizzo e poi si adagiò supina a fissare il cielo.

<<Adoro, di notte, seguire la scia di quelle immense imbarcazioni e osservare i suoi passeggeri … non immagini neanche che campionario interessante di esseri umani vi si trova a bordo. È un intero pianeta Terra in scala: artisti squattrinati, donnaioli depressi e impenitenti, donne con sicuri conti in banca in cerca di libertà, lavapiatti schiavizzati senza pietà, ricche coppie di fedifraghi.

Quando mi capita, mi faccio portare dalle onde fin sopra i fianchi della nave e osservò dagli oblò.>>.

Luca mandava giù la birra senza deglutire: l’attenzione verso le parole di quella ragazza ammaliante stava raggiungendo un climax spigoloso e senza ritorno.

<<Una delle cose che mi incuriosisce di più, però…>>, continuava la sirena: <<È l’osservazione degli innamorati! Povere anime semplici, si ritrovano in corpo spiriti più potenti di ogni loro volontà e non sanno come venirne a capo. Allora per evitare di farsi mettere i piedi in testa si tormentano con scenette melodrammatiche h 24.>>.

<<Noto con piacere che hai un debole per le riflessioni antropologiche!>>, ridacchiò Luca. <<Allora sono curioso di sentire cosa mi rispondi adesso>>, disse il ragazzo: <<Hai mai visto le feste di mare?>>.

<<Cosa intendi per feste di mare?>>, ribatté prontamente la sirena.

<<Uomini, donne e bambini abbracciano il mare su centinaia di barche colorate e dai motori fragorosi!>>, riprese, serio, Luca: <<Le autorità sulla barca più grande di tutte, intanto, invocano i bagnanti, mentre una folla di corpi abbronzati e dinamici si getta in acqua di fronte a quell’antico richiamo. L’antico rito della fertilità si compie e pochi dei partecipanti sanno di aver preso parte ad un grande atto d’amore per il mare e la sua sacra forza.>>.

<<Ah, ma allora adesso ho capito.>>, si illuminò la sirena: <<Quando nuoto vicino al fondale nei pressi di una costa abitata provo grande fatica, perché mi capita di sentire il peso del mondo.

Credo che ciascuna creatura umana porti con sé un bagaglio invisibile che le permetta di amare. Il fatto è che questi, tutti insieme, a volte diventano per me insostenibili. Sento di avere addosso la mole delle vostre passioni. Pensate e piangete molto voi umani.>>.

Luca, guardò la sirena con dolcezza, poi, disse: <<A volte, guardando come l’età riesca a corrompere i miei amici e a sporcarli in modo indelebile, penso di essere rimasto puro per il semplice fatto che io non voglia mai toccare terra.

La terra ti entra nei pensieri e ti consuma lentamente. Il mare no, il mare ti lascia libero, attraversandoti e guardandoti dentro senza mai neppure sfiorarti. Ecco perché gli sto vicino. Senza, però, allontanarmene mai!>>.

La sirena cambiò espressione e al suono di quelle frasi apparve contrariata e delusa: <<Come fai a non toccare mai terra. Sono io a non aver bisogno di farlo. Io sono una sirena non tu!>>.

Sulla linea lontana dell’orizzonte, verso est, si iniziava a intravedere un buio più tenue e meno pungente. L’alba stava arrivando, come richiamata dal tono più nervoso delle ultime parole della creatura marina. Intorno ai due amici, comunque, si stendeva vanitosa, ancora per qualche attimo, la notte, con i suoi segreti confessati a bassa voce.

<<È quasi giorno, ormai, non posso stare più qui con te>>, disse con durezza la sirena: <<E devo  ricordarti anche di dimenticarmi. Non so, pensa di avermi solo letta o sognata!>>.

Il ragazzo rimase fermo, come un “non finito” michelangiolesco, in attesa di ricevere la vita da altre parole di quella ragazza così speciale.

Il blu meno acceso di una notte terminale diveniva ancora più chiaro, adesso l’alba non era più solo la paura di chi vorrebbe rimanere nell’ombra, ma un’idea certa da modo indicativo.

La sirena scattò rapida, come se le acque sotto di lei l’avessero trasportata a suo piacimento, si avvicinò a Luca e lo baciò sulle labbra con dolcezza, abbracciandolo forte.

<<Non devi più sentirti una creatura della soglia! Tu sei solo un sognatore … che preferisce immaginare piuttosto che vivere. Da ora in poi promettimi che attraverserai il confine e prenderai in mano la tua vita.>>.

Le acque iniziarono a ritirarsi e la sirena si allontanò di colpo come una marea poco attesa.

<<Promettimelo Luca! Promettimelo … è per il tuo bene!>>.

Luca non diede segni di vita cinetica, respirava e guardava, tutto qui, mentre quella ragazza, regalatagli dal caso, si immergeva nell’acqua ancora scura allo stesso modo di un fugace ricordo.

Solo un altro istante e le onde, prima così umanamente loquaci, tornarono ad essere silenziose.

I paesi sulla costa iniziavano a riprendere una forma definita e riflettevano i raggi del sole, moltiplicandoli in una rete appena visibile di luci pulviscolari.

La mattina stava salutando Luca con una voce diversa dal solito.

Il ragazzo si tirò su a fatica, come dopo una dormita imprevista, e si mise a raccogliere le bottiglie vuote, animandole con i mozziconi di sigaretta.

La stanchezza adesso si faceva sentire improvvisamente e il suo passo basculante cercava di riguadagnare l’asfalto.

Qualche casa intorno doveva essersi svegliata da un pezzo.

Due voci, infatti, stavano già litigando per la fila da fare all’ufficio postale: <<L’avevi promesso!>>, piagnucolava la voce femminile: <<Sei il solito inaffidabile!>>. <<Cosa stai dicendo?>>, ribatteva l’uomo: <<Questa volta i bollettini non li pago, non mi importa!>>.

Luca era in pace con ciascuno dei suoi pensieri, ma sapeva che avrebbe dovuto ringraziare di ciò solo la sua amica speciale.

Si voltò verso il mare e cercò con lo sguardo lo scoglio dove l’aveva vista darsi lo slancio l’ultima volta prima di sparire.

<Ma, che …!>>, il ragazzo si blocco improvvisamente: <<Qualcuno si sta divertendo con la mia stanchezza! Dove diavolo è finito lo scoglio della sirena?>>.

I suoi occhi contavano i centimetri dell’angolo di spiaggia dove si era seduto per due notti.

Niente da fare … di quello scoglio neppure un minimo indizio.

<<Boh, credo proprio di essermi addormentato in spiaggia!>>.

Ogni cosa sul lungomare intorno a lui era ricoperta dallo smalto di un’alba color mandarino le cui venature si diramavano sull’acqua, attribuendogli una fisicità quasi umana.

Tutto era silenzioso, solo le innumerevoli comunità di passeri si affannavano tra i pittospori per salutare, primi fra tutti i viventi, l’ennesimo giorno di un’interminabile estate.

Luca attraversò la strada che lo avrebbe condotto verso il centro abitato.

A fargli compagnia in quel momento c’era soltanto lo scricchiolio lontano del camion dell’immondizia, prossimo alla fine del suo giro lavorativo.

Un grosso motore in accelerazione, però, cominciò a ringhiare improvvisamente alle sue spalle.

Era una volante della polizia, o meglio era la stessa volante della polizia che lo aveva portato in caserma, la notte prima. Gli agenti accesero di nuovo il lampeggiante e si fermarono proprio davanti a lui sbarrandogli la strada.

<<Architè, allora è un vizio eh? Cosa ci fa ancora in giro da queste parti?>>.

Luca, in realtà, non la percepiva neanche quella voce, a lui interessava soltanto ascoltare il notiziario locale delle 7:00 che i due poliziotti tenevano in macchina come sottofondo alle loro conversazioni.

<<In un comunicato stampa di poche ore fa, i geologi della Provincia hanno appena annunciato che  20 miglia a largo delle coste di Lingose si sono registrati movimenti tellurici di una certa rilevanza a causa di un assestamento della faglia delle Ondine. Tale evento sarebbe alla base dell’anomala ondata di caldo torrido fuori stagione … Dalla redazione del vostro giornale radio è tutto ….>>.

Luca rimase per un istante come intontito dopo questa notizia e lanciò i pensieri alla ricerca di una causa scientifica che potesse legare quell’evento alla comparsa della sirena.

<<Allora?>>, tuonò sbruffone il poliziotto seduto lato passeggero, <<Cosa ci fa ancora qui giovanotto!>>.

Luca si svegliò di colpo dal sogno delle sue fantasie scientifiche sulla sirena, venuta fuori dalla faglia delle Ondine, e rispose con fare distaccato e tono quasi indifferente: <<Senta, non le riguarda se io voglio fare una passeggiata la mattina presto … E poi se ci tiene alle spiegazioni sono anche autorizzato dal commissario Belletta, perciò… vi saluto agenti!>>.

Il più giovane dei due incassò male la risposta snob del ragazzo e digrignando i denti, trattenne le mani nervose stringendo con forza il volante, poi, innestando la marcia, disse: <<Salve!>>, e partì sgommando.
Luca iniziò a sentire l’arrampicata di mille brividi di freddo dai piedi fino in gola, guardò il sole salire sempre più su e osservò il cielo con grande attenzione.

Quella cappa opprimente era sparita e l’aria era diventata improvvisamente fredda e secca.

Mise le mani in tasca, dopo aver gettato i resti della sua notte in spiaggia nel primo cassonetto capitatogli a tiro, e accelerò il passo verso casa, raccogliendo sul suo baricentro tutto il calore corporeo di cui disponeva.

<<Be’!>>, sorrise: <<Forse adesso l’inverno è iniziato davvero!>>.

Annunci

2 commenti

Archiviato in prosa

2 risposte a “Eccola! La sirena si mostrerà solo a voi. Lasciatevi sedurre …

  1. Loredana Colombo

    Intrigante… Ma non può essere l’incipit di un romanzo? Avrei voluto continuare a leggere…

    • Sono contento che la narrazione abbia assorbito la tua lettura! Perché no? Potrebbe esserci un seguito … Intanto sto lavorando su un racconto molto, molto diverso … A breve novità ;)! Grazie Loredana e un caro saluto!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...