Archivi del mese: gennaio 2014

Sabati letterari dietro il bancone! Vi lascio in buona compagnia …

Se non trovi alla svelta delle spiegazioni valide mi costringi a sollevarti dall’incarico!».
Ardenghi, per nulla infastidito dall’eccessiva reazione del Procuratore, continuò a intessere le sue ipotesi riprendendo a parlare pacatamente.
«Signor Procuratore, anche la lobby ha avuto paura e non ha perso tempo a far fuori Lenzi, ormai un personaggio scomodo, dopo che la sua amante, la nota penalista dott.ssa Laura Amilcari, l’aveva convinto a pentirsi.».
«Per cui», argomentò un febbricitante Omar: «La nostra battaglia può essere vinta. L’omicidio Lenzi non ha fatto altro che dimostrare la vulnerabilità di questo sistema lobbistico. Le giuro che nel giro di un mese le porterò i nomi dei maggiori colpevoli, con tanto di prove. Mi dia solo un’altra possibilità. Può starne certo, non se ne pentirà!».
Alla fine del confronto, dunque, Omar la spuntò e ottenne una proroga alla sua inchiesta attraverso l’elegante commiato di un più che mai imbufalito Pezzata: «Mi hai stordito con la tua immaginazione! Va bene! Hai un mese a partire da oggi 7 ottobre 2038! Non un’ora di più ragazzo! E ora sparisci!».
Chiusa finalmente la porta di quel ributtante ufficio, il ragazzo, come lo aveva apostrofato Pezzata, iniziò a correre a perdifiato, ignorando il fatto che la sua cravatta fosse diventata una sciarpa e che la sua ricercatissima Eton, quella mattina scelta di colore celeste, debordasse dai pantaloni.
Guadagnò subito piazza Crispi con l’energia dell’innocenza nel corpo.
Si sentiva di nuovo il giovane e idealista studente universitario di tanti anni prima. E volle subito festeggiare il suo “esame passato” con una Tequila secca.
Il primo locale disponibile, allontanandosi dalla piazza fu un piccolo e luminoso cocktail bar, il “White Tiger”, nel quale era solito prendere l’aperitivo con i suoi ex colleghi del Bretentino, un galoppino quotidiano locale, noto soprattutto per il fatto di non aver mai pagato un suo dipendente. Qui Ardenghi aveva prestato servizio i primi sei mesi successivi alla sua laurea.
Entrò, ridendo praticamente da solo e attirando subito l’attenzione di Zinaida, la bellissima ragazza lituana che da clandestina e concubina di Peppino Stazzo, lo storico proprietario del localino, era diventata la titolare.
«Buonasera signore, mi scusa posso servirle qualcosa?».
Omar annuì, intercalando la sua risata iniziale con uno aggrottamento delle ciglia, poi rispose molto gentilmente «Ah sì certo! Dai, mi faccia una Tequila secca! Grazie.».
La ragazza iniziò a danzare, incantando l’impostato e stralunato cliente nel momento in cui con una sola piroetta riuscì a prendere il bicchiere, la bottiglia ed a servire l’ordinazione proprio davanti alle sue dita intrecciate sul bancone.
Nonostante la visione di questa invitante danza dionisiaca lo avesse per una frazione di secondo distratto, la riflessione che non abbandonava Omar neanche al cospetto del suo bicchiere era quella che lo aveva accigliato dopo la frase pronunciata da Zinaida.
Perché tutte le donne dell’Est che aveva conosciuto dicevano “mi scusa” anziché “scusami”? E poi perché lo ripetevano anche quando non ce ne era per nulla bisogno? Ci sarà una risposta sicuramente, pensava, ma razionalmente decise che non conoscendola al momento era inutile arrovellarsi.
Prese tra le dita il bicchiere. Era freddo e dalla forma corta e vagamente squadrata.
Iniziò a farlo roteare con i polpastrelli e a fissare la sua immagine riflessa e dilatata attraverso il piccolo vetro modellato. Si trattava del suo rituale. Lo faceva sentire come un antico aruspice. Poteva leggere a fondo il volto specchiato in quel preciso secondo della sua vita. Lo faceva spesso, nonostante i responsi non fossero sempre positivi e stimolanti.
Fortunatamente per la sua altalenante autostima quel pomeriggio, la lettura del bicchiere risultò gratificante e lasciava ben sperare per i prossimi giorni.
Terminata, dunque, la cerimonia si accinse con espressione assorta a sorseggiare il suo drink.
Raramente gli accadeva di avere come diceva lui “la testa vuota” cioè libera da pensieri, di natura buona o di natura cattiva che essi fossero, perciò le volte, rare, in cui questo si verificava, viveva la solita illuminazione, che coincideva con il suo problema di fondo. In tre parole: non voler vedere.
La semplice e consequenziale verità oggettiva di tutto quello che gli passava vicino non sempre riusciva ad accettarla.
Certo, il motivo poteva essere vario: la paura, la rabbia, il senso di inadeguatezza, l’incapacità di gestire gli eventi etc. etc. etc. . Tutte cose insomma che l’uomo attuale aveva avuto il tempo in oltre duecento anni di storia, a partire dalla scolastica rivoluzione industriale di caricarsi sul groppone.
Come volevasi dimostrare, nonostante avesse già trascorso più di un quarto d’ora in quel luogo non si accorse affatto di essere l’unico cliente e di avere gli indagatori celesti occhi di Zinaida puntati addosso.
Allora si tastò il polso, afferrò il quadrante del Longines Lindbergh e constatò che erano ancora le 17:36. «Beh, meglio così!» si disse. Non avrebbe di certo preferito la confusione in quello strano periodo della sua vita.
Ma quello sguardo femminile che lo studiava cominciò a stimolargli un discreto disagio.
Cercò di giocare d’anticipo, affermando con tono deciso e falsamente interrogativo: «Ancora è presto per il “busy” vero?».
Zinaida fece un cenno vagamente affermativo con il capo e continuò a sistemare le bottigliette di Schweppes Soda Water nel frigorifero al di sotto del bancone.
Ardenghi capì, senza scomodare la sua competenza in materia di analisi della psiche femminile, che quello non era sicuramente il tasto giusto per far partire la conversazione.
Distolse, così, lo sguardo dalla ragazza, accettando serenamente l’idea di godersi in silenzio la sua ordinazione.
In fondo, gli capitava spesso, che una donna, analizzatolo con attenzione, mentre era intento a non guardarla, seppure si fosse inizialmente mostrata evasiva per il suo approccio maldestro, gli avrebbe poi detto qualcosa. E comunque, le eccezioni contrarie a questa sua regola, non escludevano il fatto che in quel preciso attimo, Zinaida non ci lavorasse su, passeggiando pensierosa intorno alla forma giusta da usare, per non fargli perdere l’equilibrio sull’alto sgabello che lo ospitava. <<In fondo, le donne sanno sorprendersi anche da sole se ne hanno voglia>>, diceva sempre Ardenghi.
Neanche qualche minuto dopo, infatti, senza una ragione apparente, la barista si manifestò con enfasi: «Io sono Zinaida. Tu sei un bravo uomo dolce, io mi ricordo bene di te. Il tuo nome è Omar».
Ardenghi stava quasi per cadere da quel trespolo per nottambuli, trascinandosi dietro il bicchiere. Non riusciva a credere alle sue orecchie. Neppure immaginava come facesse quella ragazza a ricordarsi di lui. Effettivamente erano almeno dodici anni che non metteva piede in quel posto.
«Incredibile!» bisbiglio Omar sconvolto «Ma come hai fatto a ricordarti di me. Sono passati dodici anni da quando venivo qui, ogni pomeriggio…».
«Alle 19 e 15 minuti» lo interruppe lei, continuando ad arricchire l’informazione. «Con altri tre ragazzi che lavoravano con te … mmmh in un giornale mi sembra.».
Il ragazzo restò letteralmente senza fiato e non riuscì a parlare. L’incredulità aveva strappato le pagine del suo vocabolario. Si sforzò, ma riuscì sul momento a pronunciare solamente delle sillabe sconnesse e proto-linguistiche.
Lusingata, dall’esterrefatta espressione del suo interlocutore, Zinaida continuò a parlare trasformando lentamente quelle frasi isolate in un vero e proprio racconto.

Da “L’umanista che sconfisse l’umidità”

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Archiviato in prosa

Un brivido vi dimostrerà che la pioggia è il nostro doppio più profondo! Abbandonate le vostre sicurezze iniziando a leggere …

« Eh Vabbè! Numero inesistente! Ma che cavolo ti prende stasera».
Francesca lanciò con rabbia sul cruscotto, il suo smartphone, comprato da un mese.
« Sarà che la manda giù come se ci mancasse l’acqua da anni?».
L’automobile si faceva largo tra le gocce di pioggia fitta come un attore esordiente tra le pieghe del sipario abbassato.
« Chissà se Daniele è riuscito a tornare a casa con questo tempaccio!».
Le prime case di Vissera erano già visibili con le loro luci fioche e rossicce, la strada ora fiancheggiava il mare. Non si vedeva quasi nulla intorno, né la baia, al di là della spiaggia, né la spiaggia stessa.
Lo sfondo alla sua destra era un unico intreccio di tinte scure e fluide.
Francesca rallentò, voleva sentire il rumore del mare visto che non poteva vederlo.
Abbassò il finestrino, tirò fuori il braccio sinistro e allargò il palmo della mano verso il cielo.
In uno di quegli attimi di bellezza, che si fanno avanti senza preavviso, i suoi occhi, ipnotizzati dalle gocce di pioggia adagiate sul parabrezza, guardarono nel passato.
Strade dove era stata bene chiedevano spazio tra i suoi pensieri nostalgici, ma soltanto per qualche lungo secondo, giusto il tempo di scorgere ad un centinaio di metri dalla sua macchina, sotto la pioggia battente qualcosa che si muoveva vicino alla riva con un’andatura a lei molto familiare.
« Dio mio, ma cosa … Forse l’insistenza ossessiva di questo temporale mi sta provocando colpi di sonno e allucinazioni », si disse, guardandosi nello specchietto e strofinandosi gli occhi.
« Non è possibile che Daniele cammini in riva al mare nel pieno di un acquazzone ».
Di colpo, lo smartphone, come offeso dal gesto violento della sua proprietaria, attaccò a suonare con insistenza molesta.
« Ah, ora hai deciso di funzionare!», sbraitò Francesca, allungandosi sul volante per riprenderlo.
“È Daniele. Sarà già a casa!” pensò illuminandosi di gioia prima di rispondere.
« Amore, pronto! Mi senti! Pronto! ». «Amore mio, ma dove sei? », piagnucolava Daniele: « Ti aspetto da un’ora …». Ma, per alcuni interminabili minuti, la comprensibilità del suo amato si affievolì sempre più.
L’interferenza causata dal maltempo, le impediva di sentire quello che Daniele stesse dicendo. Improvvisamente, però, la qualità dell’audio migliorò in modo netto: « Amore mio », urlava Daniele «ho avuto un contrattempo pazzesco, non so se tu sia già a casa, ma ti prego di passarmi a prendere, sono rimasto a piedi … Ora sto cercando di rientrare in paese via spiag … », il telefono smise di funzionare nuovamente.
Francesca iniziò a tremare e sentì il suo cuore sbattere come una porta infastidita ripetutamente dal vento.
« Che cosa è successo! Oddio. Allora … è Daniele quella figura curva che gesticola sulla battigia », sospirò la ragazza, in preda al panico, mentre si passava la mano destra fra i capelli e, contemporaneamente, svoltava con la sinistra verso la spiaggia.
La rassicurante SS 75, dopo appena qualche metro, cedette il passo ad una discesa sterrata e incerta, che faceva sobbalzare l’utilitaria di Francesca, troppo cittadina per percorsi di quel genere.
La ragazza fissava la strada restringersi nella macchia mediterranea con occhi morti.
La sua anima, in quel momento, troppo impegnata a farsi interrogare da un turbine di pensieri cupi si lasciava guidare soltanto dal suo fiuto femminile.
Il tettuccio sopra di lei, invece, rimbombava sotto la pioggia insistente come un lavandino rotto, nessun altro rumore era udibile oltre a quello.
Le ruote dell’auto cominciarono a fare fatica in quella loro avanzata notturna e Francesca, in un istante di lucidità, pensò: “Vuol dire che il terriccio si sta ammorbidendo per far posto alla sabbia”.
Francesca accese gli abbaglianti con decisione. Il mare, adesso, le si apriva davanti al tergicristalli più nero e soffocante rispetto a quando, con il distacco di chi si sente al sicuro, lo aveva immaginato dall’alto della statale.

Da “Piovono doppi”

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