Il cuscino nella finestra

«Al diavolo! Mi hai seccato! Stupidissima finestra inglese!».

Chiuse di scatto il libro che teneva sul petto e schizzò dal letto rapido come uno scoiattolo di Regent’s Park.

«No! Accidenti! Ma dovevi romperti proprio adesso!

Con questo freddo…! La notte della vigilia di Natale!».

Tirò un calcio alla sedia su cui aveva riposto i suoi abiti, facendo stridere i denti per la rabbia.

«Io la odio questa notte dell’anno», sbraitò.

«Sono andato così lontano da casa per non sentire i patetici rumori di questa notte per mocciosi. Non voglio sorbirmeli anche qui!».

Si guardò intorno, massaggiandosi i capelli della nuca. Poi l’occhio gli cadde su un sottile cuscino da sedia, a tinta unica.

«Proviamo con questo». Sganciò la candida sash window, dispose con attenzione il cuscino piegato per tre volte nello stesso verso e richiuse con forza, girando la maniglia come fosse un timone.

«Ottima idea ragazzo», si disse, sorridendo di gioia, e con una sola falcata si rituffò a letto.

La stanza, che aveva preso in affitto cinque anni prima, era stracarica di oggetti di ogni tipo.

Foto di gruppo con colleghi di lavoro, l’impianto stereo con casse per serate house, cd e dvd di tutti i generi, la postazione per i videogiochi, fumetti, libri di arte medievale e moderna, inviti di party esclusivi, scarpe e vestiti per eventi mondani improvvisi.

Tutto ammucchiato e confuso. Un aggregato di passatempi degno di rispetto. Una compagnia fedelissima da tenere continuamente sotto gli occhi. Un antidoto perfetto per scacciare anche gli spettri della solitudine più dispettosi.

In realtà, però, non si trattava solo di questo. A definire inequivocabilmente come accidiosa la figura dell’inquilino di quella confusione contribuiva una traccia recente.

Un vassoio da letto in legno d’abete scandinavo, pigramente abbandonato su una metà della trapunta in piume d’oca, ospitava ancora i resti della cena che si era fatto portare a domicilio.

Dario era fatto così. Stava quasi per attraccare alla banchina dei quaranta anni, ma non aveva ancora  trovato un lavoro decisivo né una famiglia tutta sua. Riprese a leggere, dopo essere scivolato sotto il piumone.

Sillabava con gli occhi una parola alla volta, poi si bloccava a guardare il bianco della carta. Era inutile, non avrebbe letto neanche i volantini delle offerte settimanali di Tesco, con quel nervosismo nelle vene.

Afferrò il segnalibro e trafisse il cuore dei Selected Writings di John Ruskin, che, proprio in tarda mattinata, durante la pausa pranzo, aveva comprato da Waterstone’s.

Lo adagiò sul comodino, con la delicatezza riservata esclusivamente alle poche cose che amava, e schiacciò l’interruttore dell’abat-jour a pinza, appesa alla mensola soprastante.

Provò subito a chiudere gli occhi, rimanendo in posizione supina e ventilò con forza i polmoni per smorzare la tensione accumulata negli ultimi cinque minuti. Si stava calmando.

Tuttavia, anche sforzandosi, gli risultava difficile tenere gli occhi chiusi. Decise, quindi, di fissare il punto del soffitto in cui le luci diagonali dei lampioni di Bayham Street cadevano nella parete sopra di lui, una volta attraversate le tende.

Aveva sempre adorato stare in quella posizione esplorativa. Anche da bambino lo faceva spesso.

Soprattutto nei momenti in cui non aveva voglia di parlare con nessuno. E non erano pochi per uno spirito mutevole e tendenzialmente introverso come il suo.

Gli sembrava, quasi, di potersi ascoltare, grazie a quella luce introspettiva che si faceva largo con grazia nel buio della sua stanza.

Dopo qualche minuto si rilassò così profondamente da non rendersi neanche conto di essere già sul punto di dormire.

Ebbe appena il tempo di girarsi sul fianco preferito dal sonno, quello destro.

Al contrario di lui, invece, Londra non era una città che amava dormire, come avrebbe detto T. S. Eliot. Soprattutto, non la notte di Natale. Figurarsi, poi, Camden Town il quartiere giovane e artistico dove Dario viveva.

La finestra del ragazzo italiano, in esilio volontario dai propri affetti, si allentò un po’ alla volta dalla stretta improvvisata di quel cuscino. Sedotta dall’atmosfera di festa e dalla gelida aria notturna del dicembre nordeuropeo.

Il ragazzo, addormentatosi da qualche ora, iniziò a tremare per il freddo che entrava dalla strada e per i suoni che disturbavano e agitavano il suo riposo.

I suoi occhi, improvvisamente, iniziarono a muoversi all’impazzata, come molecole di gas rarefatto. Dario era entrato nella fase REM.

«Fratellino, svegliati».«Fratellino, svegliati». «Forza, fratellino, e svegliati». La voce acuta di un bambino felice lo stava chiamando con insistenza. Dario aprì gli occhi e disse incredulo «Fra! Che ci fai qui?».

«Mamma ci sta chiamando» aggiunse il bambino con un tono ancora più gioioso.

Dario non fece altre domande. Si alzò e diede la mano a suo fratello. Era confuso e disorientato, ma stranamente sereno.

I due fratelli percorsero insieme lo stretto corridoio di una casa dall’aspetto molto familiare.

Si trovarono in un andito, illuminato dalle luci di un albero di Natale, pieno di regali da scartare, e interrotto da una porta. Un meraviglioso profumo di salsa di pomodoro e di polpettine fritte di carne filtrava, insieme ad una luce viva, dal sottile confine tra il pavimento e l’ingresso di quella stanza chiusa.

Dario si guardò la mano che teneva libera e si accorse che era piccolissima.

Provò ad aprire la porta, ma si rese presto conto di arrivare con estrema difficoltà alla maniglia.

Fu suo fratello Francesco ad afferrare ed abbassare la maniglia per primo. Una calda luce al neon ed un calore piacevole li avvolsero non appena varcarono quella soglia. Era proprio la cucina della casa dove entrambi vivevano da bambini.

La loro mamma ed il loro papà, avvolti in una nuvola di vapore e sorridenti stavano preparando il pranzo di Natale con tutte le cose da mangiare di cui lui e suo fratello andavano pazzi.

Dario sentì il suo cuore fibrillare di una gioia irrefrenabile. Sorrideva, senza sapersi spiegare il perché, e abbracciava suo fratello ed i suoi genitori in maniera spasmodica.

Quel vapore, sprigionatosi dai tanti fornelli accesi a pieno regime, divenne sempre più fitto e sempre più scuro, finché la cucina, illuminata dalla voglia di stare uniti, scomparve.

Dario vagò in un angiporto buio, ritrovandosi tra le pareti asettiche e maleodoranti di un morgue poco illuminato. C’era una bara aperta con una ragazza giovane e bella stesa al suo interno.

Intorno alla bara, i suoi genitori, suo fratello con la moglie e altri parenti lo abbracciarono, non appena comparve all’ingresso di quello stanzone. Singhiozzandogli, attaccati al collo, frasi incomprensibili, lo ricoprirono di lacrime e di lamenti.

C’era anche un prete che gli strinse la mano, dicendogli: «Quello che il Signore ci dona non è nostro e non è eterno. Devi farti coraggio ragazzo. Ti siamo vicini».

Dario non capiva cosa stesse succedendo, ma, quando si avvicinò alla defunta, inorridì, trattenendo il fiato di colpo. Quella ragazza, con le mani giunte e una fede di oro bianco al dito lui la conosceva bene. Eccome se la conosceva bene. Era una sua ex fidanzata: Sonia.

Sbarrò gli occhi e fece due passi indietro. I presenti formarono un cerchio intorno a lui, avevano paura che potesse fare qualche sciocchezza.

Il ragazzo iniziò a sudare freddo e tremare, poi a stringere i pugni. La gente intorno si deformava lentamente.

Sembrava volesse strangolarlo, gli si avvicinava sempre di più. Il cerchio di persone divenne sempre più stretto. Non avrebbe più potuto respirare in quel modo.

Si lasciò cadere a terra. Rotolò per qualche metro su stesso, per divincolarsi da quell’anello di uomini e donne che lo assediava. Poi scattò in piedi ed iniziò a correre.

Dieci metri, cinquanta, fuori da quel ributtante morgue, poi fuori dall’ospedale, in strada, alla ricerca disperata di un aeroporto che lo portasse definitivamente via da quel posto inquietante.

Alla fine, trovò una moto parcheggiata in una stazione di servizio. Montò su e partì, prendendo l’imbocco dell’autostrada. Si sentì libero, subito.

Soddisfatto della sua forza e del suo coraggio, nonostante la solitudine che lo avrebbe aggredito da lì a poco senza dargli tregua.

Quell’ossigeno freddo in pieno volto lo faceva sentire indistruttibile.

Corse tutta la notte sull’autostrada in direzione nord-ovest. Alle luci dell’alba si fermò in un piccolo motel che fiancheggiava la corsia d’emergenza. Una luce a neon blu elettrico lo indicava da lontano.  Agli alberi storpi, recitava ironica.

Lasciò la moto nel parcheggio custodito e cercò la reception. Senza indugio, una volta ottenuta la chiave della sua stanza salì a piedi al terzo piano, temendo lo spazio chiuso dell’ascensore.

Girò la chiave nella serratura ed entrò.

Non riuscì a credere a quello che aveva di fronte, per cui si strofinò rumorosamente gli occhi un paio di volte. Non ottenne alcun risultato.

All’interno di quella stanza c’era un gruppo di anziani, seduti sulle loro carrozzine, che lo salutava con grande confidenza e gli rivolgeva frasi affettuose.

«Dario» disse l’anziano più vicino a lui: «Sempre a fare il furbo! Le medicine le devi prendere! Altrimenti gli infermieri hanno detto che ti faranno saltare i pasti e non ti laveranno per tre giorni».

Dopo qualche istante di riflessione lo stesso anziano aggiunse: «Ecco, prendi questa, è la tua. L’ho tenuta io per te». Dario allungò la mano per prenderla.

Ritiratala subito, la guardò inorridito e disgustato. Era la mano raggrinzita di un novantenne.

Chiuse gli occhi. Li sentì roteare come pugnali infuocati. Sentì la risata beffarda dell’anziano con le sue medicine divenire sempre più stridula e demoniaca.

Si sentì scuotere tutto il corpo e gli sembrò di sudare scaglie di ghiaccio. Credette di cadere forte e di battere con la testa.

Questa volta, lo fece davvero. Spalancò gli occhi completamente. Accese l’abat-jour, si guardò le mani, poi si toccò la faccia e gettò un’occhiata intorno.

Era ancora la sua stanza londinese del quartiere di Camden Town quella in cui si trovava.

Si sedette sul letto, tremando un po’ per il freddo.

In strada le luminarie natalizie continuavano a fare il loro dovere, alternandosi all’intermittenza dei semafori tra Bayam Street e Delancey Street.

Tirò un grosso sospirò di sollievo e si sentì correre nei nervi un fremito di gioia e di riconoscenza per il fatto di essere vivo.

La possibilità di poter disfare, come con le lenzuola del letto di un convalescente, gli errori commessi fino al giorno precedente e di poter rimediare alle sue azioni impulsive, grazie ai nuovi insegnamenti appresi, gli sembrò un regalo di Natale memorabile.

Finalmente, si accorse che in mezzo a tutti quei vuoti passatempi senza senso, non c’era neanche una pallina di Natale e si vergognò profondamente di questo.

Finale A

<<La finestra>>, disse a voce alta e scacciando le coperte dal suo corpo, con la repulsione provocata da un abbraccio sgradito, saltò giù dal letto e, avvicinatosi al davanzale, guardò in strada. <<Natale, non è ancora finito, le luci intermittenti sono ancora lì, i miei amici non saranno ancora andati via!>>.

Si vestì con grande rapidità e badando poco all’eleganza. Si era completamente dimenticato di aver promesso che sarebbe passato nel dopocena, dall’elegante pub vittoriano “The window” per lo scambio di auguri.

<<Non posso lasciare la camera in questo modo, ci sono avanzi dappertutto>>, blaterò a se stesso per convincersi di fare qualcosa. Si sentiva energico e decisionista finalmente, tirò, allora, fuori da un cassetto, seminascosto tra i vestiti ammucchiati, un sacco nero per l’immondizia e prese a raccogliere i resti della cena, sparsi su tutta la moquette.

Quando gli capitò tra le mani lo scontrino dell’ordinazione di quella sera, fish and chips con salsa natalizia, si fermò a verificare il conto del pasto. Negli anni aveva, infatti, acquisito la strampalata abitudine di guardare gli scontrini solo un attimo prima di buttarli. Lo verificò, dunque, distrattamente, piegandolo per buttarlo via.

<<Un attimo! Ma che diav …!>>, non riuscì neppure a completare l’esternazione. Sul retro dello scontrino erano state scritte alcune sibilline righe con una grafia femminile e lui non se n’era neanche accorto: <<La nostra speciale “spezia” natalizia è offerta dalla casa solo all’ultimo cliente del giorno di Natale. E tu sei l’ultimo cliente … Buon appetito e Buone Feste!>>.

Si sentì attraversare da un lampo che gli percorse la schiena, mise in tasca quel post-it improvvisato, chiuse il sacco e uscì di corsa nella direzione del ristorante dove aveva ordinato la cena.

A Londra aveva imparato una regola fissa, riguardo alle ordinazioni a domicilio, mai scegliere un ristorante troppo lontano, perché, anche se il fattorino avesse le ali ai piedi, il cibo arriverebbe comunque freddo.

Aveva deciso per quella sera, perciò, di sperimentare una piccola tavola calda su Arlington Road di recente apertura: il “Thanksgiving”, con il fish and chips speziato come piatto forte.

Dario camminava a passo svelto per l’agitazione che quello strano messaggio gli aveva messo in corpo. Si sentiva elettrico, stimolato da una sensazione lontana che risaliva a galla nella memoria dai sabati pomeriggio della sua adolescenza. Non tutti certo, ma quelli in cui, assillando il suo barbiere di allora, il signor Giosuè, se ne usciva con un nuovo taglio da far vedere alla sua comitiva di discotecari.

L’asfalto era lucido per via della pioggia che dalla mattina lo aveva lustrato a dovere in vista della notte di Natale, quando ogni luminaria avrebbe dovuto specchiarvisi dentro come in un acquerello  ottocentesco.

Tutto, in effetti, dava l’idea della festa, anche l’ordine rigoroso dei parcheggi, per cui non c’era neanche una macchina fuori posto.

Dario diede un’occhiata allo scontrino, custodito nella giacca interna del suo Burberry, e alzò la testa verso i numeri progressivi, incastonati tra le insegne dei negozi che affrescavano quella via.

<<Ci siamo: 26, il numero civico è questo!>>, sospirò. <<Vediamo che spiegazione sapranno darmi per questa goliardata.>>.

Il ragazzo strizzava gli occhi, sforzandosi di mettere a fuoco il nome che stava cercando, ma non sembrava esserci alcuna traccia dell’insegna desiderata.

<<Ma sono ancora le 11:30! Come è possibile?

Questo posto non chiude mai prima di mezzanotte!>>.

Dario si raspava velocemente la nuca, sperando di far cadere dalla sua testa un’idea risolutiva. Purtroppo, però, c’era poco da pensare, perché l’indirizzo, numero civico incluso, coincideva con quello riportato sullo scontrino.

Casualmente, dopo qualche minuto d’inutile attesa, il ragazzo vide rincasare una coppia di cockney sulla mezza età nel portone sottostante al numero da lui indagato.

<<Excuse me lady and sir, there isn’t any restaurant, called Thanksgiving, here? Thanks![1]>>, disse Dario con una pronuncia impeccabile. I due lo guardarono stupiti e dopo un po’ risposero con un bel “no” dalla o arrotolata che lui odiava tanto: <<No, never! Bye.[2]>>.

Il giovane italiano era sempre più perplesso. Tutto questo non aveva senso, secondo i suoi ragionamenti pragmatici, quello strano sogno, questa irrazionale sensazione piacevole che lo scuoteva da capo a piedi e infine il misterioso messaggio della tavola calda fantasma.

<<Boh, non capisco più niente, non resta che raggiungere i ragazzi al pub!>>.

Il “The Window” si trovava a cinque isolati da lì, Dario, perciò, pensò bene che fosse il caso di incamminarsi, altrimenti non sarebbe arrivato in tempo per il tradizionale scambio di auguri.

Si pose allora in assetto da camminata notturna, tirò su il cappuccio, facendolo poi scendere fino agli occhi, inserì gli auricolari fin quasi dentro l’orecchio medio, facendo partire la sua playlist di brani introspettivi, e immerse entrambe le mani dentro le tasche diagonali del cappotto.

<<Outside another yellow moon/ has pounched a hole in the night time yes/ I climb through the

window and down to the street …[3]>>. La voce alcolica di un Tom Waits d’annata, si reggeva a stento come un degente in stampelle, eppure cullava lo spirito randagio di Dario più di una nenia materna. Avvolto dalle sue cuffiette, infatti, camminava spedito e guardava, ipnotizzato, l’andatura delle sue scarpe sull’asfalto rifrangente.

Finalmente, poi, qualcosa cambiò, le fugaci intermittenze, apparse sul manto stradale sotto i suoi piedi, gli fecero capire che le luminarie del “The window” erano ormai vicine.

Negli ultimi mesi il pub era stato testimone di un continuo impoverimento dell’intero quartiere e il maestoso edificio vittoriano che lo ospitava era rimasto soltanto un prestigioso simbolo di solennità neogotica.

Il ragazzo aveva, intanto, iniziato a rannicchiarsi dentro il cappotto, per via del freddo sempre più invadente e della tensione postuma a quella lunga camminata solitaria.

<<Nella notte di Natale la solitudine dovrebbe essere impedita dalla legge!>>, lamentò, mentre spegnava il lettore mp3, riponendolo nella tasca sinistra dei pantaloni.

Quel pub, del resto, sembrava l’unico posto abitato in tutta Londra. Le voci, alternate a rumorose risate, divennero sempre più nitide e sembrava festa davvero per tutti, anche per le macchine, che, a differenza di quanto avveniva durante i giorni feriali, erano parcheggiate ovunque.

Il ragazzo tirò la maniglia rotonda dell’ingresso in caldo legno d’acero e si affacciò al suo interno. Nel locale le tre ampie sale, come un set cinematografico in pausa, erano colme di clienti immobili e delle loro rispettive pinte di birra augurale.

La campanella della porta salutò prima di tutti l’infreddolito Dario, ma appena qualche istante dopo una voce maschile dal lato opposto della sala, proprio vicino al bancone, svettò sulle altre: <<Italiano! Finally! Come on![4]>>.

Mattew e il gruppetto di amici di Dario erano lì, spalle al bancone e mano al manico del boccale.

Lo stavano aspettando proprio tutti: sia le sue amiche dell’ufficio che i ragazzi della sala da biliardo di Castle Road, ma c’era con loro anche una ragazza estranea alla comitiva.

Il giovane rispose con un sorriso, poi si tolse il cappotto, per via del forte sbalzo termico, e lo poggiò sul braccio destro mentre si faceva largo tra i presenti.

Cercava di guardare gli amici nel frattempo, ma lo sguardo di quella ragazza lo imbarazzava a tal punto da non permettergli di tenere il suo solito e disinvolto portamento latino.

Gli incredibili occhi verdi e la chioma rossa così sofisticata di quella giovane sconosciuta avevano fatto arrossire le sue orecchie prima ancora di aver assaggiato la pinta di partenza della serata.

<<Hi mate, she is a pen friend of my sister! She came yesterday from your own city in Italy! Her name is Roberta[5]!>>.

Dario teneva di vista il bancone per non perdere l’orientamento, cercando l’aiuto degli spillatori, lucidi tra le assi di legno, come fossero dei corrimano. Quella visione gli aveva fatto sparire ogni altro punto di riferimento intorno. Prese coraggio, tenendo stretto il cappotto, e allungando la mano disse: <<Ciao, mi chiamo Dario e questo è il Natale più vero che io abbia mai vissuto da quando sono qui!>>. La ragazza sembrava non capire e lo fissava facendo librare le ciglia. <<Già, è pensare che questa notte, non volendo uscire, mi ero addormentato indifferente a tutto!>>. Roberta sorrideva, accennando, con tutte le tonalità del suo verde oculare, un lieve imbarazzo, poi, improvvisamente domandò: <<Tutto bene Dario? Cosa vuoi dire? Cosa ti è successo questa notte?>>. Dario, dopo anni di gioia finta, stese un sorriso assoluto su tutta la bocca e sospirò sognante: <<Concedimi, ti prego, un po’ di tempo e te lo racconterò! Èuna lunga storia … la storia di come ho fatto pace con la notte di Natale!>>.

Finale B

Finalmente si rese conto che da cinque anni si nascondeva sotto l’ombra di una finta nuova vita dalle responsabilità e dalle difficoltà che lo avevano fatto fuggire dall’Italia.

Guardò il suo letto con i resti della cena della sera precedente sistemati al suo fianco e si sentì ancora più colpevole. Ma, non appena,  realizzò il fatto che sarebbe stato solo, in quel giorno in cui veniva festeggiato l’amore e la gioia di stare al mondo, si vestì alla meno peggio.

Chiuse quello che poté in due valigie e si scapicollò in strada alla ricerca di un taxi che lo portasse all’aeroporto più vicino.

All’ora di pranzo era già in Italia. In una delle sue tante città. La sua città. Imboccò la via della casa dei suoi genitori, prese l’ascensore per fare prima e suonò il campanello.

Sentì dei passi cadenzati che correvano ad aprire la porta. Un bambino vispo fece capolino con aria curiosa dallo spiraglio della porta lasciato libero dal catenaccio. Somigliava molto a lui da piccolo. Un Dario di cinque anni. Però, scuro di capelli e non biondo come lui.

La voce di una giovane donna sempre più nitida si stava avvicinando al bimbo dicendo: «Andreuccio, cosa dice sempre mamma? Non devi mai aprire la porta di casa».

Quando la porta dell’uscio si spalancò le valigie caddero dalle mani di Dario. Cosa ci faceva a casa dei suoi genitori una donna così incantevole.

Lei sorrise sussurrando: «ciao, ma tu sei Dario? Giusto?».

Lui si mise la mano destra in tasca e l’altra la incaricò di accarezzargli i capelli che gli scendevano, sudati, dalla fronte. Era il gesto ricorrente quando si trovava in imbarazzo.

Si ricordò all’improvviso di aver conosciuto una volta quel viso così dolce e pieno di compassione. Quella ragazza, si chiamava Giulia.

Era la dottoressa rimasta al fianco di Sonia fino all’istante della sua morte. Era l’ottima ginecologa  che aveva salvato la vita ad un maschietto prematuro di nome Andrea.

Suo figlio.

Non ricordava altro. Non poteva ricordare altro. Perché, non appena gli avevano riferito la morte dell’ex fidanzata, aveva vuotato le tasche contro la parete della sala d’attesa. Ed una volta liberatosi del cellulare, del portafogli e del mazzo di chiavi, era fuggito dall’ospedale in stato confusionale.

«Sì, sono io» disse diventando rosso. L’imbarazzo iniziale si era trasformato in vero e proprio disagio, all’idea che quella ragazza si fosse presa cura di Andreuccio al posto suo.

«Sono felice che tu sia riuscito a tornare Dario» esternò Giulia con gli occhi che iniziavano a bagnarsi di un velo di lacrime.

«Sonia ti amava molto. Eri riuscito a renderla la donna più felice al mondo. Era fiera di te!»

L’uomo, sentì il suo cuore arrestarsi e ripartire. Tùm tà! Erano i primi toni cardiaci di una nuova vita.

Andreuccio, liberatosi dalla mano della sua madre adottiva, era del tutto assorto in un’operazione impegnativa. Dal basso della sua altezza di bimbo, continuava a studiare quell’adulto per capire chi potesse essere.

Improvvisamente, senza emettere alcun sibilo afferrò, come poté, il polso destro di Dario e con entrambe le sue piccole mani lo sfilò dalla tasca dei pantaloni in cui era nascosto.

Dario, lo lasciò fare. Poi, ridacchiò con soddisfazione, si guardò le scarpe sporche di strada e osservò i suoi bagagli per terra. Doveva assolutamente rimediare. Non era il caso di presentarsi in quelle condizioni davanti ad una donna e ad un bambino.

In Inghilterra, pensò, avevano assolutamente ragione a dire che un uomo rispettabile si nota da come tratta le sue scarpe.


[1] Trad.: <<Domando scusa signora e signore, c’è mai stato qui un ristorante di nome “Il ringraziamento”?>>.

[2] Trad.: <<No, mai! Salve.>>.

[3] Trad.: <<Fuori un’altra luna gialla/ aprì un foro nella notte, sì/ salgo attraverso la finestra e giù nella strada …>>.

[4] Trad.:<<Italiano! Finalmente! Vieni qui!>>.

[5] Trad.: << Ciao, amico lei un’amica di penna di mia sorella! È venuta ieri dalla tua stessa città in Italia! Il suo nome è Roberta!>>.

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