PIER LUIGI BACCHINI Contemplazioni meccaniche e pneumatiche

Italo Calvino, in Se una notte d’inverno un viaggiatore, suggeriva al lettore di scegliersi un angolino tranquillo della propria casa, quasi fosse un antico mezzo di locomozione, e di intraprendere da lì il viaggio, ops, volevo dire la lettura. Per affrontare, invece, le liriche presenti nella raccolta di Pier Luigi Bacchini, dal titolo apparentemente cibernetico Contemplazioni meccaniche e pneumatiche, io proporrei al lettore, in questo caso anche in versione navigatore, di uscire dalla propria dimora e di provare (solo con l’immaginazione va benissimo) a stendersi su un prato, con gli occhi rivolti verso le nuvole.

Perché? Semplice, esse sono il simbolo di questa raccolta, visto che colpiscono lo sguardo analitico, da vero naturalista, del poeta Bacchini a tal punto da essere presenti in moltissimi versi, sia come protagoniste attive dei cicli delle stagioni, dunque dell’ esistenza umana, o come direbbe lo stesso Bacchini: ‹‹Al di là di transumanze di popoli e miserie››, sia come reincarnazione del poeta, che afferma: ‹‹Ho guardato il mio spirito come una nube, era nella profondità del corpo››.
Le nuvole, inoltre, in questo volume assumono una duplice valenza che collima molto bene con la poetica bacchiniana,  poiché la loro immagine racchiude da un lato, un significato figurativo d’impatto quotidianamente romantico e dall’altro, una facilmente intuibile connessione con le scienze naturali, per l’importanza che esse hanno nelle evoluzioni chimiche e climatiche del pianeta Terra.
Non a caso, riguardo all’attenta osservazione dell’autore, parlavo di acume naturalistico, infatti se egli versifica ciò che lo circonda come se lo stesse appuntando su un taccuino scientifico, soffermandosi perciò su dettagli attinenti alla biologia (le contemplazioni meccaniche appunto), lascia comunque spazio allo sfogo di un io lirico (cioè le contemplazioni pneumatiche, che si gonfiano per mezzo dell’immissione di aria, nella fattispecie quella rarefatta che si trova all’altezza delle nuvole più alte e irraggiungibili), capace di cogliere, dietro la materialità delle cose il senso fugace e irripetibile della nostra vita.
A ben vedere, è proprio il senso di smarrimento, provocato dalle incomprensibili verità esistenziali, che porta il poeta ad abbandonarsi all’impeto della Natura, cantata come una sorta di dea onnipotente in grado di creare, trasformare e distruggere qualsiasi cosa, ma anche di dare senso all’uomo, parte infinitesima di un ingranaggio meccanicamente complesso e alla poesia, figlia della natura come le vite umane che nate dalla natura alla natura ritornano, amata dal nostro, perché indelebile come una sassata nella storia.
L’universo in cui Bacchini ambienta il suo poema naturalistico (qua e là si ode l’eco di Lucrezio, il grande poeta della natura), è in continuo movimento, regolato dagli atomi (o come direbbe lo stesso autore ‹‹Rimangono gli atomi come ai tempi di Lucrezio››), dal vento (che in L’elica possiede un’anima e una voce propria) e dalle nuvole, portatori rispettivamente di moto (gli atomi e il vento) e di pioggia (le  nuvole), e, caratterizzato da un cielo e da una terra che scorrono in fluidi dall’agitata corrente. In questo universo sconquassato dalla confusione meteorologica però l’uomo, e ancora di più il poeta, non viaggia da solo, ma è accompagnato nel suo doloroso cammino degli anni dalla solidarietà del mondo vegetale. Le piante, infatti, con i segni del tempo presenti sui loro rami, sulle loro cortecce o sui loro fiori, condividono il sofferente peso della memoria che riaffiora nella mente del poeta-uomo Bacchini.
Esse inoltre assolvono un’altra importante funzione: quella di “memento mori”, cioè di monito sulla caducità della vita (spesso lo scorrere dei giorni si manifesta nella giovane vita dei fiori che si spegne è, per fare un esempio, il messaggio di Giorni) e sull’estremo potere del tempo che piega qualsiasi essere vivente anche il più forte (il vecchio col bastone che cammina al fianco del poeta in Primo quarto era un tempo un uomo selvaggio). Inutile perciò è, come il nostro afferma, il tentativo degli uomini di zittire la voce delle piante eliminando il verde dalle città, abbandonate così al dominio della banale e vacua illusione di una vita eterna.
Lo stile di Bacchini, essenziale e frammentario risente dell’influenza di poeti come Thomas Stearns Eliot e di Eugenio Montale e di tecniche come quella giapponese dell’haiku (di cui, tra l’altro, egli stesso si è occupato). I suoi versi sono spesso caratterizzati da un cambio di soggetto tra una frase e l’altra in una struttura ad incastro, mentre il lessico risente sia di forme auliche e letterarie che di terminologie scientifiche. Infine per quanto riguarda l’utilizzo di particolarità linguistiche egli si serve di suoni onomatopeici e di filastrocche-ritornello per affrontare i dolorosi ricordi del passato (ad esempio in Vessilli).
Nella penultima lirica della raccolta, dal titolo Passeggiando parole, il poeta sopraffatto dall’amara constatazione della sua vecchiaia, si congeda dal lettore dicendo: ‹‹ Forse ho scritto parole che valgono qualcosa, (…) ma fra tutto preferisco l’incoscienza giovanile, quelle nuotate al largo, grandi onde il mio corpo cioè, quando ero immortale›› e celebrando così un vero e proprio inno alla vita e al mito della giovinezza, da lui definita immortale, dunque, propria di un semidio: l’uomo.
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