IL NON ELOGIO DEL NON TEMPO

Può essere riletta diversamente una dottrina filosofica antica e autorevole come quella rappresentata dal “divenire” del naturalista Eraclito?

Sì. Credo proprio che per chiunque viva in terra di Calabria, ciò si possa fare.
Sicuro, mi assumo questa responsabilità e lo faccio in nome dei tanti calabresi giovani arrabbiati e altamente alfabetizzati, che spiritualmente rappresento.
Giovane, del resto, lo sono anagraficamente, perché ho 33 anni, non fittiziamente perché membro della scanzonata categoria del “giovane dentro”, di fatto, seppur non in teoria, sponsorizzata dal politichese «Largo ai giovani!».
Come dicevo, tornando alla deviante interpretazione filosofica da me promessa, per la Calabria, addirittura, il fiume di Eraclito scorre al contrario. Miracolo?
Io, avrei in mente un’altra parola. Immobilità.
Invero, sul fatto che l’immerso, cioè l’essere umano di turno che provasse ad immergersi in momenti diversi della sua vita, in questo eventuale ed eracliteo fiume calabro, si troverebbe sempre diverso, diciamo meglio: invecchiato, ci siamo. Ma, al contrario, il fiume suddetto, rimarrebbe sempre uguale, sempre giovane, sempre vivo, sebbene il tempo fosse trascorso anche per lui.
Già, il tempo, ecco l’elemento chiave in questo inspiegabile sfasamento.
Qui, il tempo scorre pur rimanendo fermo. «Impossibile» sarebbe logico obiettare, «…Ma vero» ribatterebbe, subito, qualsiasi calabrese.
Altrimenti, come si spiegherebbero alcuni misteriosi cambi di computo attinenti ad un tempo così anomalo da diventare un non tempo?
Queste programmate varianti di calcolo, difatti, fanno sì che nella vita di ogni giorno, ostacoli legislativi o “favori” di natura anticostituzionale, i quali esigerebbero una montagna di contrasti legali, burocratici ed amministrativi, vengano da chi abbia “le amicizie giuste” scalati con sorprendente perizia alpinistica. Mentre, invece, ordinari lavori pubblici o inviolabili diritti del cittadino qualsiasi, privo di simili “rapporti speciali”, siano destinati ad arenarsi sugli scogli dell’oblio. Il tutto, si badi bene, alla luce del sole e con una disinvoltura esibita al punto da far infuriare anche lo spirito umano più indifferente ai bisogni terreni.
Indubbiamente, la conseguenza di tutto questo è tangibile a tutti, calabresi e non.
Perché la mia regione, purtroppo, è una terra in grado di fermare qualsiasi velocità, in grado in pochi giorni di rendere inoperoso anche il più dinamico e propositivo businessman straniero.
Non posso negare il fatto che, da calabrese quale sono, anche io, attraverso le lacrime della lamentazione, pago giornalmente al suddetto fiume del “non divenire” il tributo che va ad ingrossare sempre di più la sua portata.
Tuttavia, può capitare, come nel caso delle parole di aperta denuncia di questo scritto, che, dopo un quantitativo di lamento maggiore del solito, ci sia la possibilità di alzare la testa, smettendo di piangersi addosso.
Fino a non molte decine di anni fa, in questa terra ad uso e totale consumo di pochi, con il consenso obbligato dei molti, c’erano soprattutto masse di analfabeti, alla cui cieca ignoranza poteva attribuirsi il demerito di essere la causa principale del totale abbandono imperante.
Adesso, però, la colpa è ancora di quelle masse informi di umanità rinnegata?
È ovvio, che le cose non stanno più in questi termini. Basta fare una breve indagine statistica sulla scomparsa, dai rispettivi paesi d’origine, dei giovani di età compresa tra i 19 e i 30 (anche 35) anni e sulla provenienza degli iscritti agli atenei di Nord e Centro Italia per aprire gli occhi.
La verità è che esportiamo così tanti universitari (anche laureati) che se si potessero raggruppare non basterebbe La Città del Sole di Campanella ad alloggiare tanto “sapere”. Eppure, a fronte di tale fame di progresso e di altrettanto capitale, investito dalle famiglie calabresi, corrisponde un niente di fatto o per dirla in termini economici, che ora vanno di moda, un crack finanziario. Un fallimento, insomma, con la voce della nostra meravigliosa lingua.
Uno qualunque di questi ultimi, che abbia avuto la possibilità di studiare e che vorrebbe mettere onestamente a disposizione della sua terra le conoscenze acquisite, quando finirà di sentirsi straniero in casa sua e di essere stigmatizzato come “sfigato”, perché identificato come: «quello rimasto e non partito per altri invitanti (io aggiungerei pur sempre estranei) lidi?».
Per quanto tempo ancora questa terra dovrà sacrificare all’eracliteo fiume dell’immobilità intenzionale i suoi giovani migliori?
È possibile che ogni regione del Sud Italia, per quello che possa valerne, abbia bisogno del suo giovane eroe (forse un Saviano non basta?), per poter attirare su di sé l’attenzione dell’opinione pubblica?
In Calabria, quindi, bisogna con coraggio e senza ipocrisia, ritradurre la parola cultura, laddove realmente si trasforma in sagra con soppressata e vino casereccio. Laddove chi deve farla (scuola, stampa, etc.) è stanco, umiliato, deluso: in una parola solo. Laddove chi può farla davvero (università, enti preposti, etc.) non fa altro che ungere gli stipiti del proprio potere.
Nella mia memoria, ancora, non riesco a zittire il leitmotiv di una lunga carriera di studente, ascoltato per la prima volta, quando ero il diligente alunno di una scuola media salesiana, dal sacerdote che insegnava italiano: «Nella vita chi più sa più vale».
Di certo, lui ci credeva davvero e per rendere più credibile la sua dottrina riportava l’esempio di due dei suoi fratelli andati via dalla Calabria e passati da figli di un povero bracciante a medico di fama, l’uno, ed a importante uomo dello Stato, l’altro.
Nel tempo, ho cercato, stoicamente, di continuare a credere in questo dogma, tant’è che l’ho persino professato ai miei studenti, quando sono stato docente di lettere al liceo. Ma, al di là delle sue sicure valenze educative, può essere ancora osservato da un ipotetico studente calabrese che veda infrangersi senza sosta i suoi sogni e le sue aspirazioni contro le acque di questo fiume innaturale e ribelle?
Forse una soluzione per attribuirgli nuovamente senso e per rendergli doverosamente giustizia c’è: ripristinare, anche in questa regione, la giusta direzione del fiume eracliteo.
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2 commenti

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2 risposte a “IL NON ELOGIO DEL NON TEMPO

  1. Enzina Sirianni

    Articolo agile, asciutto, incisivo nell’immagine fondante dell’immobilità eraclitea che dovrebbe essere letto da chi in questo assurdo ossimoro ci prospera e da chi , invece, ci soffoca.

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