Archivi del mese: marzo 2013

Bahia

Distenditi
qui, su sabbie
che respirano
l’infinito.
Mi abbracciano
piccoli mosaici
di luce mandarina.
 

Pierpaolo Lazzaro

12/03/’13

 

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Piove sul crash

Con tempo sapiente
la sua voce sussurrava
leggera,
un charleston attento
a scandire la pioggia.

                                                            Pierpaolo Lazzaro

12/03/’13

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Il guardiano di ombrelloni

 

 

work in progress

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PIER LUIGI BACCHINI Contemplazioni meccaniche e pneumatiche

Italo Calvino, in Se una notte d’inverno un viaggiatore, suggeriva al lettore di scegliersi un angolino tranquillo della propria casa, quasi fosse un antico mezzo di locomozione, e di intraprendere da lì il viaggio, ops, volevo dire la lettura. Per affrontare, invece, le liriche presenti nella raccolta di Pier Luigi Bacchini, dal titolo apparentemente cibernetico Contemplazioni meccaniche e pneumatiche, io proporrei al lettore, in questo caso anche in versione navigatore, di uscire dalla propria dimora e di provare (solo con l’immaginazione va benissimo) a stendersi su un prato, con gli occhi rivolti verso le nuvole.

Perché? Semplice, esse sono il simbolo di questa raccolta, visto che colpiscono lo sguardo analitico, da vero naturalista, del poeta Bacchini a tal punto da essere presenti in moltissimi versi, sia come protagoniste attive dei cicli delle stagioni, dunque dell’ esistenza umana, o come direbbe lo stesso Bacchini: ‹‹Al di là di transumanze di popoli e miserie››, sia come reincarnazione del poeta, che afferma: ‹‹Ho guardato il mio spirito come una nube, era nella profondità del corpo››.
Le nuvole, inoltre, in questo volume assumono una duplice valenza che collima molto bene con la poetica bacchiniana,  poiché la loro immagine racchiude da un lato, un significato figurativo d’impatto quotidianamente romantico e dall’altro, una facilmente intuibile connessione con le scienze naturali, per l’importanza che esse hanno nelle evoluzioni chimiche e climatiche del pianeta Terra.
Non a caso, riguardo all’attenta osservazione dell’autore, parlavo di acume naturalistico, infatti se egli versifica ciò che lo circonda come se lo stesse appuntando su un taccuino scientifico, soffermandosi perciò su dettagli attinenti alla biologia (le contemplazioni meccaniche appunto), lascia comunque spazio allo sfogo di un io lirico (cioè le contemplazioni pneumatiche, che si gonfiano per mezzo dell’immissione di aria, nella fattispecie quella rarefatta che si trova all’altezza delle nuvole più alte e irraggiungibili), capace di cogliere, dietro la materialità delle cose il senso fugace e irripetibile della nostra vita.
A ben vedere, è proprio il senso di smarrimento, provocato dalle incomprensibili verità esistenziali, che porta il poeta ad abbandonarsi all’impeto della Natura, cantata come una sorta di dea onnipotente in grado di creare, trasformare e distruggere qualsiasi cosa, ma anche di dare senso all’uomo, parte infinitesima di un ingranaggio meccanicamente complesso e alla poesia, figlia della natura come le vite umane che nate dalla natura alla natura ritornano, amata dal nostro, perché indelebile come una sassata nella storia.
L’universo in cui Bacchini ambienta il suo poema naturalistico (qua e là si ode l’eco di Lucrezio, il grande poeta della natura), è in continuo movimento, regolato dagli atomi (o come direbbe lo stesso autore ‹‹Rimangono gli atomi come ai tempi di Lucrezio››), dal vento (che in L’elica possiede un’anima e una voce propria) e dalle nuvole, portatori rispettivamente di moto (gli atomi e il vento) e di pioggia (le  nuvole), e, caratterizzato da un cielo e da una terra che scorrono in fluidi dall’agitata corrente. In questo universo sconquassato dalla confusione meteorologica però l’uomo, e ancora di più il poeta, non viaggia da solo, ma è accompagnato nel suo doloroso cammino degli anni dalla solidarietà del mondo vegetale. Le piante, infatti, con i segni del tempo presenti sui loro rami, sulle loro cortecce o sui loro fiori, condividono il sofferente peso della memoria che riaffiora nella mente del poeta-uomo Bacchini.
Esse inoltre assolvono un’altra importante funzione: quella di “memento mori”, cioè di monito sulla caducità della vita (spesso lo scorrere dei giorni si manifesta nella giovane vita dei fiori che si spegne è, per fare un esempio, il messaggio di Giorni) e sull’estremo potere del tempo che piega qualsiasi essere vivente anche il più forte (il vecchio col bastone che cammina al fianco del poeta in Primo quarto era un tempo un uomo selvaggio). Inutile perciò è, come il nostro afferma, il tentativo degli uomini di zittire la voce delle piante eliminando il verde dalle città, abbandonate così al dominio della banale e vacua illusione di una vita eterna.
Lo stile di Bacchini, essenziale e frammentario risente dell’influenza di poeti come Thomas Stearns Eliot e di Eugenio Montale e di tecniche come quella giapponese dell’haiku (di cui, tra l’altro, egli stesso si è occupato). I suoi versi sono spesso caratterizzati da un cambio di soggetto tra una frase e l’altra in una struttura ad incastro, mentre il lessico risente sia di forme auliche e letterarie che di terminologie scientifiche. Infine per quanto riguarda l’utilizzo di particolarità linguistiche egli si serve di suoni onomatopeici e di filastrocche-ritornello per affrontare i dolorosi ricordi del passato (ad esempio in Vessilli).
Nella penultima lirica della raccolta, dal titolo Passeggiando parole, il poeta sopraffatto dall’amara constatazione della sua vecchiaia, si congeda dal lettore dicendo: ‹‹ Forse ho scritto parole che valgono qualcosa, (…) ma fra tutto preferisco l’incoscienza giovanile, quelle nuotate al largo, grandi onde il mio corpo cioè, quando ero immortale›› e celebrando così un vero e proprio inno alla vita e al mito della giovinezza, da lui definita immortale, dunque, propria di un semidio: l’uomo.

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Aforismi

I letterati vorrebbero giustificare l’irrefrenabile insensatezza del loro pensiero fisso

La natura si flette sulla distanza tra maschio e femmina

Ai bambini non piacciono i deboli di cuore

Trascorriamo il nostro tempo al buio, proprio noi che usiamo gli occhi solo alla luce

Durante il viaggio si affronta se stessi. Il vincitore raggiunge l’arrivo

Non si vive né per l’arte né di arte né grazie all’arte. Si vive con arte

Inutile ricordare agli altri le nostre ambizioni inconfessabili. Le auto-scomunichiamo

Ci nascondiamo dietro i più giovani perché vorremmo ingannare la parte di Io che esige spiegazioni plausibili.

La realtà si assottiglia, cedendo il passo alle scuse che suggeriamo ogni giorno a noi stessi

Il perimetro del baratro si misura soltanto dal basso e a posteriori

Il culto della bella parola è amore. Rende creativi

È l’altrove a dare senso alla volgarmente detta casa

È un artista? No un essere umano con l’amplificatore nascosto tra le tasche

Può capitare di allontanarsi da terra, distendendo semplicemente le braccia verso le spalle

La vita umana, con i suoi cerchi sociali, è una stella del pianeta Terra

Non ha alcun senso affermare in quale posto del mondo ci si trovi. Il mezzo di trasporto: ciò che si cela dietro il documento d’identità rimane sempre sotto la stessa pelle

A chi dimostrare potenza fisica se la duttilità è la chiave che apre il senso del nostro pianeta?

I mezzi pubblici sono un ricettacolo di fantasticherie creative

La religione obbliga a guardarsi intorno con circospezione

I ricordi conviene sempre lasciarli intatti. Se li miglioriamo si vendicheranno a nostre spese

L’ignoranza è l’abisso in cui affoga la bellezza senza una lapide che la ricordi

Durante i tuoi anni forti impara due mestieri. Lavorerai, così con il più banale e vivrai solo di quello più libero dei due.

Una vera donna sa sempre quando deve tornare bambina.

Più avrai di fronte una domanda facile più dovrai attenderti una risposta lunga e complessa.

Dove il sorriso si ferma per più di un freddo secondo c’è una casa che ci aspetta.

Fai fermentare gli ormoni a dovere e trascorrerai una serata picaresca.

Amare davvero è come avere paura di morire. In entrambi i casi dobbiamo abbandonare il nostro corpo per un altrove ignoto.

Tutte le volte che decidi di mangiare poco, finisci con l’abbuffarti a caso.

I timidi hanno sempre innumerevoli vite parallele.

Il poeta è un filosofo che torna a casa ubriaco.

Cura i tuoi pensieri come fossero figli indisciplinati. Ti daranno grandi soddisfazioni.

Quando un pensiero benevolo per un altro essere, si incarna in una sensazione fisica, quel legame, genera nuove cellule nella tua persona.

I poeti sono come i morti. Danno fastidio ai nostri pensieri, se lasciati a portata di sguardo.

Diffidate dagli innovatori di buona famiglia. Vi rifileranno le loro “solite novità”.

I nomi composti mettono su carta la nostra dualità; quella che le frequentazioni di ogni giorni ci obbligano a reprimere.

Gli aeroplanini di legno si suonano con nuvole intonate.

I timidi fanno abbuffate d’amore.

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L’AVIATORE DI COTONE

                                                                                          UNA VOCE DAL PASSATO
«La vostra efficienza rassicurerà i pazienti», le avevano detto.
E Silvia lo aveva imparato al punto tale da trasformare quella monotona strigliata dei caposala nel suo credo lavorativo.
Entrata, perciò, nella camera N°401, controllò la cartella clinica per accertarsi che il paziente si chiamasse Flavio Cari e disse: «Coraggio Flavio, tirati su con la schiena: devi mangiare!».
«Perché?». Rispose una voce, debole, attraverso le bende.
«Perché?». Insisteva quella voce con tono monocorde.
La ragazza rimase impassibile. Erano anni ormai che era abituata a convivere con gli sfoghi dei ricoverati. Prese il vassoio con il pranzo e lo pose sul comodino.
La voce senza volto, invece, continuava a parlare come se nella stanza non ci fosse nessuno.
«Perché i colleghi della RAF mi ripetevano che prima di ogni missione non si deve pensare a nulla? Io non l’ho mai fatto». La voce si spezzò per la commozione, poi ripartì.
«Sono italiano!
Ho sempre risposto. Non smetto mai di fantasticare. La fantasia è la mia maschera d’ossigeno».
L’infermiera si fermò di colpo, voltandosi verso la voce che ora sembrava rivolgersi a lei.
Poi, ruotò la manovella per inclinarne il bordo superiore e gettò l’occhio a quel volto coperto di bende.
Solo allora, si accorse che, fra le fessure ritagliate tra le garze, gli occhi erano spalancati. Contemplavano, fissi, un punto imprecisato del soffitto soprastante.
La voce non si arrestò.
«Quando, da Sud Est, filtra qualche scintilla luminosa dell’alba, la terra, sotto le ali del mio Fiat G50, è fiabesca. E mi emoziona sempre. Dorme, ignara della guerra. Dorme sotto i suoi quadrati di campo coltivato, messi in riga come soldatini di legno dipinto».
Quelle parole, dense di grazia e vestite di una bellezza venuta dal passato, oltrepassarono, questa volta, la casacca del cinismo professionale della ragazza.
Non avevano un volto quelle parole poetiche ma solo un nome. Uno di quei nomi anonimi che si trovano sulle cartelle ospedaliere.
«Flavio, di cosa parli?». Disse con apprensione Silvia, stringendogli lievemente il polso con la mano.
«Io, sono un asso dell’aviazione italiana, signorina. Ho affrontato la Luftwaffe al fianco degli inglesi».
La voce sotto le bende, dapprima lineare, divenne sempre più concitata. «Perché? Perché quel maledetto giorno doveva finire così?
Signorina, mi hanno colpito da vigliacchi, nascondendosi dietro uno stormo migratorio di gru. Mi hanno ingannato con l’ingenuità del creato, capisce! Maledetta l’eleganza di quei volatili».
La voce sillabava rabbiosa.
«Volavo sulla Manica quando mi hanno colpito ed il mio aereo è precipitato tra le fiamme».
L’infermiera si irrigidì ascoltando quella storia. Le capitava per la prima volta di sentire i brividi dopo il racconto di un paziente. Quei fatti erano avvenuti più di settanta anni addietro. Era una storia assurda. Sembrava il lucido delirio di un folle.
Del resto, i dati anagrafici e le circostanze del suo ricovero erano inequivocabili. Flavio era un ragazzo di trentacinque anni, uscito dal coma da due settimane. Era stato per cinque mesi in rianimazione in seguito ad un gravissimo incidente stradale in cui aveva perso la fidanzata.
Silvia cercò di non rimuginare. Si sforzò di mostrarsi serena, facendo finta di niente. «Mi dispiace Flavio. Ora, però, non pensarci, devi mandare giù qualcosa, il dottore ha detto che sei molto debole. Oggi, ci sono penne al pomodoro e fettina di tacchino con contorno di insalata verde.
Io sono in reparto. Se hai bisogno di me schiaccia il pulsante alla tua destra. Arriverò in un attimo».
Ma chiusa la porta, smise di sorridere e si appoggiò al muro del corridoio. Le rivelazioni sviscerate da quel paziente l’avevano tremendamente scossa.
Si convinse, allora, che era il caso di informare il Prof. Marco Flisi, primario del suo reparto, quello cioè, di Chirurgia Plastica, riguardo al contenuto di quella conversazione.
Si sentiva la testa pesante tra le spalle e non riusciva a tenerla dritta. Percorse il lungo corridoio ed imbucò il percorso per la stanza medici. Il “giro visite” era finito da una decina di minuti, per cui, il momento era perfetto. Si fece forza e bussò con convinzione. Dall’altro lato della porta un cordiale «Avanti» la incoraggiò ad entrare.
«Buongiorno Professor Flisi. Mi scusi tanto se la disturbo ma devo dirle una cosa importante sul paziente della 401». Il primario continuò a controllare la posta elettronica, sforzandosi soltanto di abbozzare un distaccato «salve, mi dica». Silvia fece dapprima una smorfia di stizza per quell’ostentato snobismo, quindi, cominciò: «da quando il ragazzo è stato trasferito qui dalla rianimazione ha parlato per la prima volta, solo pochi minuti fa…  Con me!».
Flisi continuò a scorrere il monitor con lo sguardo. «Ah sì? Allora? Cosa le ha detto?». Blaterò velocemente.
Silvia si sentiva sempre più offesa da quell’atteggiamento superbo, tuttavia, la gravità della situazione la costrinse a minimizzare la reazione.
«Mi ha detto di essere un asso dell’aviazione italiana della II guerra mondiale…». Flisi staccò gli occhi dalle mail, volgendo finalmente lo sguardo verso la giovane infermiera.
Silvia, rincuorata, incalzò: «…e di essere stato abbattuto da un aereo tedesco sulla Manica».
Il Professore cambiò colore in viso ed arpionò con i gomiti la scrivania. «Che cosa? Le ha detto questo? Lei è sicura che non stesse delirando?».
La ragazza si concesse una piccola occhiata di trionfo, poi insistette senza esitazione. «Assolutamente sì, Professore, era cosciente e lucidissimo. Ha interagito con me, chiamandomi più volte “signorina”».
Il Prof. Flisi rimase immobile. «Non capisco». Ciancicò. «L’ho visitato questa mattina. Le sue condizioni migliorano di giorno in giorno». Cercò un dettaglio che gli sfuggiva fuori dalla finestra, nella luce decisa del sole di primo pomeriggio.
Nella stanza hi-tech del primario non erano frequenti questi malsani stati di turbamento. L’ordine e la disposizione simmetrica degli oggetti era assoluta.
«Chiami subito i radiologi, infermiera». Tuonò, infine, con la solita arroganza: «bisogna organizzare immediatamente una risonanza magnetica». E assumendo, dopo un istante, un tono cattedratico soggiunse: «il paziente potrebbe aver riportato danni nell’area interessata dal primo intervento. Quello effettuato la notte del suo ricovero dal gruppo del collega Sodoli».
IL CONVIVIO MEDICO D’INIZIO ESTATE
I risultati dell’esame arrivarono dopo un paio d’ore e fu la stessa Silvia a consegnarli al Prof. Flisi.
«La ringrazio». Mormorò con inaspettata gentilezza il primario. «Può andare se vuole. Per oggi ha lavorato abbastanza».
La ragazza sorrise e chiuse la porta dello studio con aria stupita. Non si sarebbe mai aspettata di archiviare la sua giornata di lavoro con una simile ricompensa.
Flisi, al contrario, una volta solo, sprofondò in una meditazione profonda.
Da una prima lettura della RM, il caso del suo paziente si mostrava sempre più controverso. Qualcosa non andava alla corteccia prefrontale dorsolaterale destra.
Afferrò la cornetta del telefono e compose il numero delle stanze dei suoi colleghi: il Prof. Giulio Sodoli di Neurochirurgia ed il Prof. Roberto Tiglia di Psichiatria.
Dopo aver memorizzato la filastrocca da dire ad entrambi, la ripeté per due volte con teatralità consumata. «Carissimo, sono Flisi. Da Chirurgia Plastica, esatto. Mi rendo conto che a quest’ora avrai altri impegni, ma ho, in reparto, un paziente di cui devo parlarti, assolutamente, adesso. Potresti passare un momento da me? Sì, perfetto, al 5° piano. Grazie mille. Ti aspetto».
L’uomo ripresa, intanto, la risonanza tra le mani, cercò di focalizzare, con gli occhi chiusi, quella ricostruzione dell’emivolto e della porzione prefrontale destri effettuata la settimana prima.
Riuscì, in realtà, a cavarci ben poco perché dopo appena qualche minuto, la porta risuonò come la pelle ben tirata di un tamburo turco.
Alla fine, la fame di scienza e la curiosità da “vicino di casa” avevano avuto la meglio sulla fuga lavorativa delle 18:00.
«Colleghi miei!». Gonfiò il petto Flisi.
«Scusatemi se chiederò il vostro aiuto in due momenti distinti. Ma nel caso che voglio sottoporvi», rivolgendosi a Sodoli «tu, rappresenti il punto di partenza, io quello intermedio e Roberto quello di arrivo». Poi sgonfiò il petto e fece accomodare i suoi ospiti.
Quindi, guardando il neurochirurgo disse: «Giulio, dai un’occhiata a questa RM. Ti ricorda qualcosa?». Sodoli la prese in mano, lesse i dati del paziente per stimolare la sua memoria ed iniziò a scorrerla ripetutamente.
Poi, si scurì in volto di colpo e storpiò le labbra in cerca di una sicurezza che confermasse il suo sospetto. «Marco, ho l’impressione di aver messo mano in modo importante su questa testa. Puoi darmi qualche indizio utile?».
Flisi rise con leggerezza liberatoria. «L’ho trattato poco più di una settimana fa. Ricostruzione dell’emivolto destro. Me lo hanno mandato dalla rianimazione. Il ragazzo è stato in coma cinque mesi per un gravissimo scontro sull’autostrada».
Gli occhi di Sodoli si accesero con uno scatto automatico. «Ma certo che sì!», gongolò. «L’intuito mi aveva portato sulla strada giusta. Lo ricordo molto bene il ragazzo. Quando l’ambulanza lo portò nel nostro ospedale mi chiamarono a casa d’urgenza. La sua ragazza, con lui in macchina, non ce l’aveva fatta. Che nottata! Erano le quattro quando ho iniziato l’intervento». Scosse la testa, ma non smise di parlare. «Da non credere, lo avevo dato per spacciato. Tuttora non mi spiego come faccia ad essere ancora vivo».
Tiglia, confuso dal vago andamento della conversazione, che per il momento lo teneva fuori, guardava con il ciglio inarcato i due colleghi, cercando di capire per quale motivo fosse stato chiamato anche lui.
«Beh, comunque, vedo che la sua condizione sta migliorando. L’emorragia prefrontale è scomparsa», riprese Sodoli. «Ovviamente, però, non mi hai chiamato soltanto per aggiornarmi sull’evoluzione del suo quadro clinico. Dico bene?».
Le voci dentro la stanza, ora, erano talmente nitide, per via del silenzio circostante, che avevano assunto una lieve eco di accompagnamento.
Flisi, si prese un po’ di tempo per rispondere ed indugiò ad osservare il parcheggio riservato, oramai semivuoto. Una sera di inizio giugno, piacevolmente tiepida come quella, lasciava presagire traffico nel centro e chiassosi aperitivi nelle vinerie sul lungofiume. Di sicuro, all’interno dell’ospedale erano gli unici primari rimasti.
«Dopo cinque mesi di coma e due settimane nel mio reparto, in tarda mattinata ha parlato per la prima volta. Ha confidato ad un’infermiera di essere un pilota della seconda guerra mondiale o qualcosa del genere…» prese fiato «e… di essere stato abbattuto nei pressi della Manica, con il suo aereo, che poi ha preso fuoco».
Fu come se un sabba di spiritelli dispettosi avesse pungolato a turno il neurochirurgo e lo psichiatra. Questi, sentitosi, finalmente, chiamato in causa, proruppe: «fantastico, assolutamente fantastico, potremmo tirare fuori una serie di articoli da questo caso!».
«Aspetta un momento» si intromise di nuovo Sodoli, come invasato. «Il danno era alla corteccia prefrontale dorsolaterale destra, giusto?». E senza aspettare risposte, continuò. «…no, non posso credere che si sia verificato quello che sto pensando». I tre si guardarono con l’angoscia di chi ha un oscuro presagio che incombe su di sé.
Sodoli riprese la parola e gettò fuori dalle labbra una frase che cadde sul tavolo come un macigno: «è l’area che decide la colpevolezza, soprattutto se incerta».
«Mio Dio, povero ragazzo!». Piagnucolò Flisi.
Tiglia, invece, che fino a quell’istante era rimasto nell’ombra aprì una dissertazione sul devastante esito psichico e comportamentale del danneggiamento di quest’area della corteccia cerebrale.
«Il ragazzo si vuole punire inconsciamente per la morte della fidanzata. Per il momento ha solo rinnegato la sua vera identità, perché ritenuta colpevole, ed ha fatto sua quella eroica di un fantomatico aviatore ucciso dai nazisti. Capite, adesso, ha bisogno di trovare una motivazione dignitosa che sconfigga il suo senso di colpa e gli conceda nuovamente il “permesso” di vivere».
Lo psichiatra si fermò un attimo e non nascose un piccolo sorriso sornione di autocompiacimento per la brillante delucidazione fornita. Poi si incupì improvvisamente e sbraitò: «Il ragazzo si è già guardato in faccia? Voglio dire gli avete già tolto le bende?».
Flisi si sentì la bocca secca e si accorse di avere difficoltà a deglutire. Cercò con lo sguardo il collega Sodoli per difendersi dalla paura di ciò che quella risposta avrebbe scatenato da lì a poco. Preso coraggio, sibilò: «no, no, ancora no, perché?».
Tiglia, saltò dalla sedia e sbatté con vigore il pugno sul tavolo: «perché dici? Perché la favoletta dell’aviatore potrebbe essere solo un assaggio dell’uragano che si scatenerà nel cervello di quel ragazzo». Fissò a fondo entrambi i suoi colleghi e si lanciò nella sentenza finale: «potrebbe non riconoscere più il suo volto».
La notte sembrò essere calata di colpo. I tre primari per qualche minuto non ebbero il coraggio di incrociare i loro sguardi.
Per alleggerire l’atmosfera allora Flisi domandò al collega «Roberto, ma perché la sua mente avrebbe scelto proprio un pilota della seconda guerra mondiale, precipitato nella Manica?».
«Tutti noi, caro Marco, abbiamo dei luoghi segreti dell’io», divulgò Tiglia. «Luoghi segreti alimentati da una passione che ci fa sognare e che ci fa provare, ogni giorno, un po’ di quella gioia irrazionale propria dell’infanzia».
Compreso in pieno lo stato delle cose, il chirurgo plastico aprì un archivio cartaceo a sinistra della scrivania e cercò la cartella con tutti i dati del paziente a partire dal ricovero in rianimazione. La trovò e la depositò sul tavolo. «Flavio Cari. Eccolo qui». Sfogliò freneticamente le pagine, tenute insieme dal raccoglitore, poi, fermatosi ad un capoverso a metà di pagina 53, sgranò gli occhi e lesse quello che vi era scritto: «impiegato presso l’ufficio postale di via Salvatore Quasimodo n°4. Collabora come curatore di mostre con il Museo dell’Aeronautica Militare Italiana. A detta di parenti e amici stretti, ogni tipo di macchina volante lo appassiona fin da bambino». Flisi, alzò gli occhi dal foglio, chiuse di scatto il fascicolo e sprofondato sulla sua sedia girevole disse: «maledizione! Adesso è tutto chiaro».
L’INTERVISTA DELLO PSICHIATRA E LA TENUTA D’ORDINANZA
Da un paio di giorni, Flavio passava da un fugace dormiveglia ad un alterato stato di coscienza.
Non riusciva a collocare il luogo in cui il suo corpo si trovava disteso. Ad occhi chiusi sentiva scorrere un tappeto veloce di paesaggi confusi visti dall’alto. Villaggi della Normandia, scogliere afflitte dal gelido Mare del Nord, foreste tutte uguali e sempre verdi.
Aprendo gli occhi, invece, riconosceva una camera d’ospedale, priva di colore; come avvolta nella sua interezza da una pellicola color seppia.
Puntualmente da quando aveva iniziato a vedere quella camera, alle 8:30, entrava la figura che lo rasserenava, ovunque la sua psiche precaria lo stesse portando: la giovane infermiera che si prendeva cura di lui.
«Buongiorno Flavio, va meglio oggi vero? Più tardi ti toglieremo le bende. Sei contento?».
La ragazza gli sorrideva con dolcezza, mentre lui si sforzava di trovare qualcosa di piacevole da dire. «Buongiorno». Le sussurrò, guardandola. «È strano… stavo pensando che non mi sembri un’infermiera tu. Come ti chiami?». La ragazza sorrise di gusto divertita da quella inaspettata ironia e rispose prontamente con una punta di acidità: «mi chiamo Silvia. Perché? Non ti sembro all’altezza del mio lavoro?».
Flavio cambiò registro, realizzando, con imbarazzo, di essere stato troppo invadente.
«No, per carità, questo no! È solo che nei tuoi occhi c’è una malinconia che qui nessuno ha!». Tirò su la testa verso un angolo più fresco del cuscino e continuò. «Quella malinconia di chi guarda la vita con occhi curiosi. Di chi indaga le profondità del pensiero umano. Vedi, Silvia, dopo essere stato così vicino alla morte, non ho scelto a caso la persona con cui riprendere a parlare».
Silvia, sentì scuotersi dal profondo dello stomaco. Un moto ondoso e dilagante si stava schiantando contro la sua gola, impedendole di parlare. Questo moto interno e liquido dirottava, ora, verso gli occhi, bagnandoli superficialmente.
«Non so come tu riesca a cogliere questo aspetto di me», rivelò la ragazza.
«Ma, hai ragione! Anzi, hai riaperto una ferita mai sanata. Io ho studiato filosofia. Purtroppo, ahimè, dopo una laurea a pieni voti, non ho trovato lavoro. E ho dovuto reinventarmi un impiego! Commovente vero?».
Silvia divenne triste e preferì concludere la sua confessione a testa bassa. «Già, ed eccomi qua! Adesso, però, non parliamone più, okay?».
L’ultima frase, dal sapore definitivo, troncò la conversazione, distogliendo Flavio, per paura di fare altre gaffe, dal desiderio di parlare ancora.
Terminata, quindi, in silenzio, la preparazione del paziente per il passaggio dei medici, Silvia uscì dalla camera.
Flavio ci rimase male per aver causato un attacco di frustrazione della sua nuova amica, ma, in fondo, non ebbe molto tempo per preoccuparsene. Un paio d’ore dopo, difatti, la rivide entrare sorridendo, scortata, questa volta, da due medici.
Il primo, appena dietro Silvia, lo aveva già visto, aveva l’aspetto furbetto ed a tratti manageriale, il secondo, dietro di lui, appariva torvo e decisamente più vecchio.
«Allora giovanotto sei pronto a guardarti nuovamente allo specchio?». Gli gridò il primo dei due medici. «Sono il Prof. Flisi. Il tuo chirurgo estetico. Oramai mi conosci. Lui…», indicando l’altro medico, «è il Prof. Tiglia, un mio amico, appassionato di aeronautica. Ha saputo che sei un grande pilota e desidera farti qualche domanda in merito».
Flavio non ebbe alcuna reazione. Lo fecero mettere seduto ed iniziarono a tagliare le bende, strette, intorno al volto.
Ci vollero una decina di minuti, dopodiché soddisfatti Flisi e Silvia si misero ad esaminare quel viso, che mostrava solo delle lunghe cicatrici lungo il lato destro della fronte.
Tiglia, non fece una piega, si ritirò in un angolo e fece un cenno al collega, ordinandogli di accostarsi a lui. «Non è il caso di mostrare tutto questo entusiasmo Marco». Gli bisbigliò all’orecchio sinistro. «Ora ascoltami bene e fai quello che ti dico, esci con l’infermiera e lasciami cinque minuti da solo con il ragazzo. Procurati, intanto, uno specchietto da toilette, una siringa con molto sedativo e ritorna qui con due infermieri maschi di corporatura robusta. Svelto!».
Flisi, allarmato dalle parole dello psichiatra, sbiancò e obbedì senza dire nulla.
La tapparella, aperta a metà, buttava dentro la camera una luce inclinata e vagamente crepuscolare, nonostante fossero ancora le 10:30 della mattina. Incurante dello sguardo timoroso di Flavio, Tiglia, con fare disinvolto, prese una sedia e si mise al lato del letto. «Dunque, ragazzo, mi hanno detto che hai fatto fuori molti aerei tedeschi. È vero?».
Il giovane si voltò verso il suo attempato interlocutore annuendo con fierezza.
«Quando sei stato abbattuto?», chiese il medico. «Il 15 ottobre del 1940» rispose Flavio.
Lo psichiatra, si mantenne imperturbabile e rilanciò: «oggi è il 7 giugno 2008. Allora? Quanti anni dovresti avere se, come dici, ti hanno ferito nel 1940?».
Ma il paziente, aveva collaborato abbastanza. E infastidito da quei modi inquisitori decise che era giunto il momento di smarrirsi in uno di quei suoi dormiveglia, assidui compagni, dei giorni precedenti.
Tiglia, senza scomporsi, portò avanti il suo monologo. «Te lo dico io ragazzo! Quasi cento anni! Dai! Guarda i tuoi piedi e le tue mani ti sembrano quelli accartocciati di uno con un secolo sul groppone?».
Flisi, intanto, rientrò con gli oggetti richiesti e due infermieri nerboruti, appena in tempo per assaporare quello stralcio di interrogativa sboccata.
Galante come era, ovviamente, si era premurato di lasciare Silvia fuori dalla camera, per evitarle di assistere a scene spiacevoli come quelle che si sarebbero certamente verificate a breve.
Lo psichiatra puntellò un sorriso isterico sulla sua bocca e borbottò al collega appena rientrato: «passami lo specchio e la siringa. E mi raccomando, tieniti pronto a immobilizzarlo con i due uomini».
Rivolgendosi, poi, nuovamente a Flavio, farfugliò: «eh sì! vedrai, adesso come ti farò tornare la parola». Con un gesto rapido, mise lo specchio proprio davanti agli occhi del ragazzo e fece circondare il suo letto dagli altri presenti.
Per un intero minuto non successe nulla. Flavio continuava a fissare la sua immagine riflessa, con le pupille dilatate e senza battere ciglio.
Improvvisamente, però, cominciò, dapprima, a storcere il muso e a fare smorfie con gli occhi, in seguito, a dimenarsi e a lanciare sconnesse urla di terrore come in preda ad un furore divino. «Bastardi! Cosa mi avete fatto!». Cominciò a gridare e singhiozzare, disperato. «La mia faccia! La mia faccia è tutta bruciata! Sono un mostro! Qualcuno mi aiuti! No, no, no, Oddio, no!».
Tiglia, che si aspettava esattamente una reazione del genere, scagliò un urlo per far intervenire i suoi. «Tenetelo fermo, presto!», tuonò. E posizionato l’ago sul braccio di Flavio, fascicolante per il delirio, vuotò la siringa a fondo.
L’azione del pesante mix di sedativi agì istantaneamente. Il giovane pilota cadde addormentato tra le braccia di Flisi e dei suoi infermieri.
Lo psichiatra, provato, annunciò vittorioso: «coricatelo per bene e andiamo via! Ah, dimenticavo, smontate lo specchio del bagno e bloccate la tapparella. La camera deve restare al buio. Il ragazzo non deve assolutamente vedere. Non deve, per nessun motivo, vedere la sua immagine riflessa. In preda alla disperazione potrebbe uccidersi».
Uscendo dalla camera, manifestò la sua volontà al collega: «Marco, da domani lo trasferiremo nel mio reparto. Adesso, è, a tutti gli effetti, un mio paziente, non può più stare qui, tu hai fatto quello che dovevi».
Flisi, ancora sconvolto per l’accaduto, acconsentì senza fiatare.
Silvia, non essendo potuta rientrare, era rimasta, per tutto il tempo dell’intrusione dello psichiatra, a piantonare la porta della 401, preoccupata per Flavio.
Aveva potuto, per questo, ascoltare esattamente tutto ciò che era successo. Ebbe paura per il ragazzo e per la sua sorte nel reparto di psichiatria.
Decise, allora, che nel pomeriggio sarebbe entrata di nascosto in quella camera e avrebbe cercato di parlare un po’ con lui per tranquillizzarlo.
Alle 16:15, fece attenzione che nel corridoio non ci fosse nessuno e aprì morbidamente la porta, scivolando attraverso la soglia.
La stanza era al buio, la sagoma sul letto giaceva immobile sul fianco, con il viso rivolto verso la finestra chiusa.
Silvia, pensò, subito, che Flavio stesse ancora dormendo per la massiccia dose di sedativi e, ritornando sui suoi passi, cercò a tastoni la maniglia della porta per uscire senza far rumore.
«Silvia, ti prego, aspetta». La voce di Flavio era appena percettibile. «Se hai un po’ a cuore la mia salute, devi farmi un favore molto importante».
L’infermiera tornò indietro e si sedette vicino al letto. «Dimmi». Asserì, con la solita gentilezza.
«Devi comprare e portare qui quello che sto per chiederti entro le 10:00 di questa sera!». Lei strabuzzò gli occhi. Non riusciva, davvero, ad immaginare che cosa avesse potuto desiderare, in quelle condizioni.
«Un cappello da aviatore, di cotone, marrone», proseguì Flavio. «Un passamontagna color sabbia di cotone, un paio di guanti color camoscio, di cotone anch’essi, una giubba leggera Saddle Brown, un paio di pantaloni ocra e degli scarponcini di tela, testa di moro. Ti restituirò, appena possibile, i soldi spesi. Te lo assicuro».
La ragazza trasalì. Appuntò gli articoli richiesti sul promemoria del cellulare, si alzò e giunta sull’uscio si congedò. «Va bene. Chiederò un permesso alla caposala e cercherò di ritornare con quello che mi hai chiesto prima possibile. Tu rimani tranquillo e aspettami».
L’EX CICLISTA E LA GIOVANE BERBERA
Silvia fu di parola e per ottimizzare i tempi aveva persino chiamato una sua amica, appassionata di abiti e accessori vintage, facendosi consigliare un negozio del centro storico in cui avrebbe trovato tutto ciò che le serviva, ad un prezzo abbordabile.
Intorno alle 19:00, rientrò in reparto, con la scusa di essersi dimenticata il caricabatteria del telefonino nel suo armadietto e, direttasi rapidamente nella 401 consegnò tutto a Flavio.
«Ecco, quello che mi avevi chiesto». Sorrise. Era felice di aver realizzato il desiderio di un amico in difficoltà.
«Qualunque cosa tu abbia intenzione di fare, nessuno saprà nulla da me. Ti scrivo il mio indirizzo su questo fazzoletto di carta, se vorrai cercarmi. Abbi cura di te, dolce amico».
Non gli diede neanche il tempo di ringraziarla perché, con la stessa agilità con cui era entrata nella camera, si dissolse come il benessere di un sonno frettoloso.
Flavio, tirò tutto fuori dalle buste lasciate sul pavimento e si vestì con metodo, facendo attenzione a  non toccarsi il viso.
Aspettò che si facessero le 22:00, orario limite delle visite, e approfittando del movimento, di familiari dei degenti, in corsia, si dileguò dalle scale antincendio, sparendo nella notte.
Era fatta. Era fuori dall’ospedale. Si diede a guardarsi intorno. Solamente allora, realizzò, veramente, di non ricordare nulla. E soprattutto, di non aver mai visto costruzioni di quel tipo, né automobili così sofisticate. Né tanto meno cemento sparso in ogni direzione.
Confermò, definitivamente, a se stesso di essere giunto in quel luogo da un passato lontano, di cui, in quel momento, non ricordava nulla. Senza un percorso prestabilito, prese a girovagare a caso, seguendo la strada più ampia che si allontanava dall’ospedale.
Con la sua tenuta d’ordinanza si sentiva al sicuro. Era, comunque, consapevole di non potersi prendere tutti i meriti della fuga andata a buon fine.
Pensò, allora, all’infermiera dal cuore buono, che lo aveva aiutato. Sapeva bene che, forse, non avrebbe dovuto incontrarla mai più. Troppo alto il rischio che all’ospedale giungesse la voce del suo incontro con lei. Sarebbe stato pericoloso per tutti e due.
Si promise, tuttavia, che non appena avesse avuto un po’ di soldi, avrebbe spedito, insieme ad una lettera di ringraziamento, l’intera somma, riportata sugli scontrini, presi dalle buste e tenuti con sé, a quell’indirizzo sul fazzoletto.
L’andirivieni tormentato di automobili, su quello stradone di periferia, gli diede l’idea di essere un privilegiato. Lui, a differenza dei passeggeri, stipati in quei contenitori a quattro ruote, poteva camminare liberamente con gli occhi rivolti al cielo. Era buio, sì, ma il cielo di notte non mostra sempre la stessa profondità di buio.
Le graziose villette residenziali con giardino, fiorite ai lati della tangenziale su cui si trovava, iniziarono a diradarsi lentamente cedendo il passo a palazzoni condominiali sporchi e rumorosi.
Non era ancora profonda la notte, ma pensò che prima o poi avrebbe dovuto riposare.
Impegnatosi, quindi, a cercare un riparo, lo trovò, un centinaio di metri più avanti, in una piccola stazione ferroviaria deserta.
Si mise ad esaminare i binari e ne notò uno chiuso, praticamente divorato dalla sterpaglia, in cui era stata accantonata una carrozza passeggeri dai vetri spaccati. La portiera, già usurata, si aprì con un calcio. Flavio, si sedette su uno dei sedili affiancati di quel vagone a salone unico. Doveva stare lì da molto tempo, pensò. I rivestimenti dei sedili erano strappati e ricoperti di polvere ed anche l’interno era logoro e malconcio. Il ragazzo si addormentò all’istante, senza volerlo.
I raggi dell’alba lo svegliarono bruscamente. «Forse è meglio che tu esca da qui». Sembrarono suggerirgli. «Prima che qualche ferroviere di turno se ne accorga».
Riprese il suo peregrinare, dal cavalcavia che conduceva allo svincolo stradale orientato verso il centro città. Doveva ammetterlo, però, guardare dall’alto gli abitacoli delle auto che viaggiavano dritto verso la sua visuale, gli piaceva. Era sicuro che tutta quella gente colpita di petto dalla luce indagatrice del sole del mattino, aveva un’infinità di storie da raccontare. Storie che parlavano di mondi visibili ogni giorno. E che portavano i loro nomi. Quelli con cui le persone care li conoscevano.
Si sentì profondamente solo. Solo, in un mondo di cui non ricordava più alcun dettaglio. Solo, ma con un indefinito e opprimente senso di colpa.
Il cavalcavia lo conduceva ad un trivio, ma nella strada a sinistra poteva già distinguere una zona fitta di alberi e cespugli curati. Scelse quella direzione perché il verde della vegetazione gli dava un senso di pace. Da quel punto, cominciava uno di quei parchi cittadini in cui ci si perde con la musica nelle orecchie o un buon libro tra le mani. Cominciò a correre sul prato a braccia aperte. Gli sembrava di volare di nuovo con il suo aereo.
Il fiume scorreva alla fine di quel prato ed il ragazzo col cappello d’aviatore si sedette sulla sponda. L’acqua che si muoveva silenziosa gli parve una cosa talmente rigenerante da fargli perdere il senso del tempo.
«Meraviglioso vero. Accende i ricordi», disse una voce baritonale alle sue spalle. Flavio, ridestatosi dalla visione dell’acqua che lo aveva assorto, si voltò per capire chi stesse parlando. Un vecchio su una carrozzina ed una ragazza dagli occhi scintillanti, come le onde del fiume, lo stavano fissando.
«In estate è placido solo a prima vista». Continuò il vecchio come ispirato. «In realtà, gorgoglia senza riposo. Senza dare nell’occhio, raccoglie e addensa sospiri e angosce. È un grave errore non ascoltare le richieste del fiume. L’arrivo dell’inverno lo renderà furioso».
Muovendo le ruote della carrozzina, poi, si avvicinò a lui e gli chiese con garbo: «cosa ti è successo ragazzo?». Flavio rispose scontrosamente: «ho il viso coperto da gravi ustioni. Sono stato ferito durante un combattimento aereo». Il vecchio si rattristò, la ragazza, invece, continuava a fissare quel personaggio inusuale, sentendosene sempre più affascinata.
«Sono rammaricato per te, ragazzo! So cosa si prova a perdere la propria normalità a causa di un grave incidente». Si lamentò il vecchio. «Sai, io ero un ciclista di successo. Un giorno, durante una corsa ho perso l’equilibrio». Guardò un po’ il fiume. «Da allora sono paralizzato dalla vita in giù». Alzò il braccio, indicò la ragazza che lo accompagnava e disse: «lei è Rahma. È algerina. Sai, di origine berbera, per questo ha i capelli chiari. Non parla più da quando i miliziani le hanno sterminato la famiglia davanti agli occhi. È arrivata in Italia come schiava. Ma ora sono io suo padre». Il vecchio tremava d’orgoglio. «Anche lei, ha sofferto molto come noi. Anche lei può capirti».
Quelle parole trapanarono le meningi di Flavio. Lo sguardo della ragazza fece il resto.
Sentì qualcosa muoversi dentro di lui. Gli tornò in mente un’autostrada, fresca d’inaugurazione, e la luce improvvisa di fari abbaglianti contromano. Il volante tra le sue mani e una ragazza impaurita al suo fianco. Vide diradarsi le ombre che aveva eliminato dalla sua memoria. Si ricordò di aver perso la sua amata Romina nello schianto. Ma non si sentiva colpevole. Non era stato lui ad aver causato l’incidente. L’essere rimasto vivo, forse, era l’ultimo regalo della sua ragazza. Si tastò la faccia.
Capì che l’idea di essere stato un eroico pilota di guerra, scaturita dalla sua passione per l’aviazione, in fondo, incarnava soltanto il modo migliore per dare un senso alla propria vita dopo quell’incidente stradale. La sua pelle era integra e sudata per via del passamontagna.
Se lo strappò via insieme a quell’ingombrante cappello. Lanciandoli entrambi nel fiume. Trionfante, si alzò e sorrise. «D’ora in poi mi prenderò io cura di voi».
Pierpaolo Lazzaro

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Locuzione piovana

La giovinezza
vive sotto
la pioggia,
su ali intatte
di farfalla.
21/02/2013

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Il passo di sabbia

Intraducibili,

come ballerini

sulla sabbia

marina.

Inspiegabili,

come granelli

nelle scarpe

serali.

 

29/01/2013

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Il bevitore della notte

Ti tieni sospesa,
prima di abbellire
il giaciglio,
ai tuoi occhi
che ridono.
Brindi con mani
floride di smalto,
pennellate

a  sostegno
del tuo viso.
Bevo alla notte,
a me lontana.
E il discendere
del tuo sorso
avventuroso,
a palpebre
chiuse, darà
principio
al mio sonno.

28/01/2013

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Il regalo affaccendato

La felicità può legarsi,
incurante del suo peso,
ad un fioco filo di nastro
adesivo.
Può, non sazia, mostrarsi
con soddisfazione
in una piccola scatola
di carta.
La felicità è una miniatura
di ruspa a spasso sulla metro.
18/12/2012

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